mercoledì 5 marzo 2008

Teoria e metodologia di studio delle rappresentazioni sociali

04-03-08
Serge Moscovici elabora la propria teoria sulle rappresentazioni sociali intorno agli anni ’50.

Per martedì prossimo: portare un lavoro di gruppo su Durkheim ed il suo pensiero sulle rappresentazioni collettive.

Elementi dell’analisi sociale sono gli oggetti SOCIALMENTE rilevanti, al centro della comunicazione tra gli individui.

Differenza rappresentazioni cognitive/sociali: le prime sono individuali e le seconde sono di natura collettiva. In questo corso adottiamo la prospettiva delle teorie costruzioniste, dette anche costruttiviste.

05-03-08

FASI DELLA RICERCA EMPIRICA

1) Identificazione dell’oggetto ( costituisce il I gradino della ‘piramide’)

2) Scelta del modello teorico di riferimento (è un passaggio fondamentale: nel nostro caso ad esempio siamo nell’ambito delle teorie sulle rappresentazioni sociali)

3) Scelte metodologiche (sono assolutamente correlate alla teoria di riferimento)

Il terzo gradino della nostra piramide si divide a sua volta in:

I scelta metodologica: scelta del campione.
II scelta metodologica: scelta degli strumenti o tecniche di rilevazione e raccolta dati (sono privilegiati gli strumenti misti, quantitativi e qualitativi).
III scelta metodologica: scelta degli strumenti o tecniche di elaborazione.

Discorso epistemologico: esistono 4 paradigmi che dominano le scienze sociali.

1) positivismo
2) neo-positivismo
3) teorie critiche
4) costruzionismo ( paradigma di cui fa parte la teoria delle rappresentazioni sociali)

Questi paradigmi si differenziano per il diverso modo in cui rispondono a 3 quesiti fondamentali:

1) Quesito ontologico: la realtà esiste? Che natura ha?
2) Quesito epistemologico: si interroga sulla natura della relazione tra chi conosce (il ricercatore) e ciò che può essere conosciuto (l’oggetto di studio)
3) Quesito metodologico: si interroga sulle modalità con cui il ricercatore può analizzare un determinato fenomeno che intende conoscere

Risposte ai 3 quesiti da parte dei 4 paradigmi:

1) Positivismo:
- Questione ontologica: realismo ingenuo, la realtà esiste ed è regolata da leggi.
- Questione epistemologica: Dualismo/oggettivismo: si può e si deve mantenere l’indipendenza tra oggetto e ricercatore). L’uso di procedure standardizzate garantisce l’oggettività del metodo.
- Questione metodologica: al terzo quesito i positivisti rispondono con la verifica empirica delle ipotesi. Metodo scientifico: quantitativo (è ritenuto oggettivo).

2) Neo-positivismo

- Questione ontologica: realismo critico, la realtà esiste ma può essere conosciuta solo in maniera imperfetta.
- Questione epistemologica: la relazione tra ricercatore ed oggetto è intesa in termini di dualismo/oggettivismo modificati. Non ci dovrebbe essere relazione tra oggetto e ricercatore almeno idealmente, ma non è detto che ciò non accada.
- Questione metodologica: si procede per falsificazione delle ipotesi (Popper, “crolla l’idolo della certezza”). C’è un’apertura ai metodi qualitativi, i quali affiancano quelli quantitativi ritenuti comunque centrali nella ricerca.

3) Teorici critici

- Questione ontologica: realismo storico, l’unica realtà sociale che possiamo conoscere è quella storica, cioè quella modificata nel tempo da fattori politici, culturali, etc. (la realtà contestuale).
- Questione epistemologica: transazionismo; l’indipendenza tra ricercatore e oggetto di ricerca è impossibile. Il ricercatore è portatore di valori così come l’oggetto di studio. I risultati dell’analisi sono influenzati da questi valori.
- Questione metodologica: proposta di metodi dialogici-dialettici. Distinzione tra: spiegazioni causali (metodi correlazionali) e spiegazioni ideografiche (basate su metodi interpretativi applicati a casi individuali).

4) Costruzionismo

- Questione ontologica: realismo; esistono molteplici realtà. La realtà è una costruzione sociale fondata sia sull’esperienza personale che su fattori sociali.
- Questione epistemologica: transazionismo/oggettivismo; non è possibile l’indipendenza tra ricercatore ed oggetto di studio, vengono anzi valutate positivamente le influenze bidirezionali.
- Questione metodologica: le diverse costruzioni della realtà devono essere sottoposte a procedure interpretative e comparazioni dialettiche per giungere ad una nuova costruzione della realtà più sofisticata (le realtà sono dinamiche ed in continua evoluzione).

Le differenze tra i 4 paradigmi dipendono da fattori quali SCOPI e FINALITA’ della ricerca.

Per i positivisti ed i neo-positivisti lo scopo è contribuire alla spiegazione dei fenomeni.

Per i teorici critici gli scopi della ricerca riguardano:
- l’interesse empirico-analitico per il controllo della realtà
- l’interesse per la comprensione dei fenomeni
- l’interesse critico-emancipatorio per la trasformazione della consapevolezza individuale e collettiva in direzione della massimizzazione dell’uguaglianza

Per i costruttiviste lo scopo della ricerca è comprendere e ricostruire le costruzioni sociali possedute dal ricercatore.

RUOLO DELLA CONOSCENZA

1) positivisti: la conoscenza consiste in un insieme di ipotesi da verificare
2) neo-positivisti: la conoscenza è un insieme di ipotesi ritenute probabili (principio di falsificazione)
3) teorici critici: la conoscenza è un insieme di intuizioni storiche (è soggetta a continue trasformazioni)
4) costruttiviste: la conoscenza è un insieme di costruzioni sociali

RUOLO DEI VALORI

1) positivisti e neo-positivisti intendono i valori come qualcosa di estremamente negativo, che può anche ledere l’oggettività della ricerca.
2) teorici critici e costruttiviste valutano invece positivamente i valori, e ne sottolineano la loro importanza per ciò che riguarda la comprensione dei fenomeni.

RUOLO DEL RICERCATORE

1) positivisti e neo-positivisti: il ricercatore è un esperto, uno scienziato che trasmette informazioni neutre alla comunità scientifica
2) teorici critici: il ricercatore è un istigatore e un facilitatore di processi di trasformazione delle dinamiche storico-culturali (ruolo attivo del ricercatore)
3) costruttiviste: il ricercatore svolge il ruolo di partecipante e facilitatore di processi di comprensione e ricostruzione della realtà.

lunedì 3 marzo 2008

Marketing e nuovi media

03-03-08

Argomenti del corso:

- dinamiche di mercato
- dinamiche di consumo

Pubblicità -> fa parte del processo di marketing tradizionale.

I nuovi marketing riguardano i processi di comunicazione. Parleremo infatti di dinamiche culturali come fattore fondamentale delle strategie di marketing.

(ndSaebì: Venerdì non c'è lezione; quella di oggi è stata una lezione introduttiva, il corso vero e proprio inizierà Lunedì prossimo. Siate estremamente puntuali! :-D)


Storia del Novecento

03-03-08

Il corso è tenuto dal professore Andrea de Santo. I testi d’esame sono:

1) Storia contemporanea – Volume II (Il Novecento) di Giovanni Gozzini e Tommaso Ditti, Mondadori
2) Guerra totale, Gabriella Gribaudi

Il ricevimento: ore 9,30/11,30 il mercoledì.
L’esame sarà scritto e orale. Scritto: 4 domande aperte, di cui 3 a scelta. Orale: domande su Guerra totale (contesto storico della II GM), più eventuali domande sul manuale. Ci sarà una prova ‘intercorso’ a fine corso.

La Storia è una disciplina che opera sul piano della narrazione degli eventi. Faremo uso nel corso di concetti/parole chiave quali:
- crisi (modelli sociali e culturali messi in discussione)
- questioni fondamentali che riguardano il ‘900 (ad esempio il Nazionalismo)
- stratificazione sociale
- società di massa

La storia umana è stata suddivisa in:
- Storia antica
- Storia moderna (dalla fine del ‘400 alla rivoluzione francese)
- Storia contemporanea

L’Umanesimo (movimento sviluppatosi tra il ‘400, il ‘500 ed il ‘600) ha portato delle importanti trasformazioni culturali, prima fra tutte la “percezione di se stessi nella storia”. Comunque la divisione storica succitata fa parte dei tentativi di periodizzazione della storia degli studiosi, i quali sono arbitrari e convenzionali.

La storia contemporanea convenzionalmente comincia con la rivoluzione francese. Gli storici fanno uso di schemi interpretativi e periodizzazioni storiche.

Hobsbawm, autore de “Il Secolo breve”, ha una visione del Novecento basata sulla leadership degli Usa ( definisce il Novecento come “il secolo americano”), ma recenti teorie hanno rivisto questa tesi.

La storia NON è una disciplina predittiva.

La lezione di mercoledì sarà sull’Ottocento, in particolare su questi argomenti:

-rivoluzione industriale
-nuovi modi di produzione
-ascesa della borghesia
-nascita nuove classi sociali
-rivoluzione francese, figura di Napoleone
-Congresso di Vienna
-Nazionalismo
-Imperialismo, corsa alle colonie
-Stratificazioni sociali e conflitti sociali
-“Sopravvivenza di poteri antichi”

L’impostazione del manuale focalizza l’attenzione sulla storia europea, anche se nel corso cercheremo di allargare il focus anche alla storia del mondo in generale.

Le ripartizioni storiche sono convenzioni nate a partire da interpretazioni degli storici. Abbiamo visto le ripartizioni storiche dal punto di vista del tempo, ma è fondamentale anche il discorso sugli spazi della storia. Bisogna adottare un approccio che ci permetta di inquadrare gli eventi storici nel tempo e nello spazio.

-Gli spazi della storia: un valido contributo non può che darcelo la geografia, ma non solo: gli spazi storici sono anche ‘spazi concettuali’. Ad esempio dire ‘l’occidente’ significa usare un’etichetta, in quanto anche Paesi situati ad Est vengono considerati ‘occidentali’.
In tal senso possono essere utili le cartine geografiche che potete trovare sul sito
www.silab.it/storia/europa

La storia del ‘900 ha molto a che fare con i CONFINI e con il loro spostamento. Ci sono ristrutturazioni profonde dei confini delle nazioni nel Novecento a partire da eventi come:

- I guerra mondiale
- II guerra mondiale (riorganizzazione degli Stati nazionali)
- Riorganizzazione degli stati africani (alcuni sono nati ex novo, prima non esistevano)

La I GM contiene una delle contraddizioni più forti della storia dell’umanità: per alcuni studiosi la prima vera globalizzazione ha avuto luogo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ed era caratterizzata da una grande interazione economica.

Esistono definizioni geografiche che implicano trasformazioni culturali. Ad esempio l’espressione ‘terzo mondo’ nella definizione originaria designava i Paesi in via di sviluppo, in quanto il ‘primo’ ed il ‘secondo’ mondo erano costituiti rispettivamente dalle superpotenze degli Usa, dell’Unione sovietica (I mondo) e dell’Europa occidentale (II mondo). Oggi nell’accezione comune l’espressione ‘terzo mondo’ si riferisce invece ai Paesi sottosviluppati.

Altre due definizioni fondamentali sono:

1) contraddizione Est/Ovest (Usa/Unione sovietica), oriente ed occidente, categorie legate ad una dimensione geopolitica, interpretativa, non espressamente geografica. Esempio: nell’etichetta ‘paesi balcanici’ rientrano anche Paesi che di fatto balcanici non sono.

2) contraddizione Nord/Sud (ricco/povero).

La scuola di Chicago in Sociologia è di fondamentale importanza: Chicago costituisce tutt’oggi la più grande comunità afroamericana degli Usa. Questa scuola di pensiero si è dedicata allo studio di questa città come grande metropoli industriale, alimentando gli studi di antropologia urbana che avremo modo di approfondire nelle discipline antropologiche. Chicago in effetti è stata la prima grande metropoli moderna del mondo sin dal 19° secolo, anticipando di molto i tempi delle altre metropoli moderne.

Anche Detroit è importante dal punto di vista storico: nasce qui infatti il fenomeno del fordismo grazie a Taylor, il quale sviluppa il concetto di catena di montaggio, che verrà poi applicato dalle imprese insieme a quello di consumo di massa (il taylorismo è un fenomeno storico, concreto, non astratto: questo sottolinea una delle differenze tra storia e sociologia, le quali restano comunque due discipline con un campo di studi condiviso).

Ci sono vari aspetti da approfondire che tratteremo nel corso diversamente da quanto fa il libro:

1) crisi economica anni ‘70
2) processo di unificazione europea
3) approfondimento vicende dell’Olocausto (Shoah)
4) meccanismo del colonialismo e della decolonializzazione

05-03-08

L’OTTOCENTO

La rivoluzione industriale: nascita del modo di produzione industriale e della società di massa.
La realtà economica antecedente la rivoluzione industriale consisteva in un’economia basata sull’agricoltura. Con la rivoluzione industriale si assiste alla nascita della FABBRICA (luogo dove sono concentrate le varie fasi di produzione).

Differenza monopolio/monopsonio: il monopsonio è una situazione di mercato in cui c’è un unico compratore. L’Inghilterra all’epoca era per legge l’unico compratore delle materie prime delle sue colonie statunitensi. Essa è stata la prima nazione a sviluppare un sistema industriale “primitivo” rispetto ad oggi, ma per l’epoca estremamente sofisticato.

Assistiamo in questo periodo alla nascita di una nuova figura sociale: il proletariato. Questa nuova figura è il risultato della trasformazione da contadini ad operai della fabbrica da parte della forza lavoro. Questo avviene con l’introduzione di nuove tecniche agricole che fanno diminuire il bisogno di contadini. La disponibilità di manodopera a bassissimo costo favorisce la crescita industriale dell’Inghilterra. Nella nazione nascono però forti conflitti sociali: nella I fase dell’introduzione delle macchine si sviluppa il fenomeno del “luddismo” (distruzione delle macchine sia agricole che industriali). Gli operai hanno ancora in questo periodo una forza ‘contrattuale’ concreta perché l’uso di macchine è minimo, e la loro abilità manuale è ancora preziosa.

Nel frattempo però vi è anche l’ascesa di un nuovo soggetto sociale: l’imprenditore, figura in relazione alla quale nasce la figura dell’operaio. Ciò almeno per quanto riguarda l’Inghilterra.

In Francia la situazione è diversa: c’è una forte ingerenza dei vecchi ceti sociali nella vita politica ed economica del Paese. Non c’è un sistema sociale mobile e disponibile alla trasformazione. Anche se l’affermazione dell’Illuminismo contrasta questo stato di cose: in contrapposizione al divino, l’uomo e l’umanità divengono al centro della riflessione filosofica.

La rivoluzione francese convenzionalmente inizia il 14 luglio 1789 con la presa della Bastiglia. In realtà si tratta di un processo lungo, risultato di un’evoluzione delle dinamiche sociali e politiche del Paese. Ad ogni modo la rivoluzione francese rompe il meccanismo tra autorità e sudditi: l’Illuminismo intende questo meccanismo in termini ‘contrattuali’, come se ci fosse una sorta di contratto tra il re ed i cittadini (all’epoca ancora ritenuti sudditi); qualora il re non rispetti tale contratto, l’autorità deve essere punita (i francesi per questo si ribellano punendo con la morte re e regina).

La rivoluzione francese crea quindi un proprio modello organizzativo: i francesi “inventano” le basi dello stato moderno: creano la burocrazia, il sistema di diritti e doveri, di norme e leggi, si occupano dell’organizzazione delle tasse, dei territori, e soprattutto dell’esercito. La Francia è infatti la prima nazione ad usare la leva di massa obbligatoria. La Francia è anche la prima nazione che fa un lavoro ideologico di convincimento sui soldati riguardo all’idea di nazione e di patria.

Questo processo non è stato assolutamente lineare, ci sono stati degli aspri conflitti sociali nell’affermazione della rivoluzione francese. Con Napoleone la rivoluzione francese si espande in Europa. La sua figura è considerata contraddittoria in quanto Napoleone passa dall’essere portatore dei principi fondanti della rivoluzione francese (quelli di nazione e di patria, connessi al principio di autodeterminazione dei popoli) all’occupazione con la forza della Spagna, scatenando una guerriglia di proporzioni enormi, probabilmente la resistenza armata più forte dell’epoca.

Il 1848 è un anno cruciale della storia d’Europa. Esso è stato definito come “la primavera dei popoli”, in quanto il diritto all’autodeterminazione dei popoli viene posto all’attenzione generale dei Paesi europei. Il 1848 è anche l’anno della I guerra di indipendenza italiana, nonché l’anno in cui quasi tutti i Paesi europei si dotano di costituzioni.

Inoltre nel 1848 viene pubblicato il Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels.
È opportuno a questo punto fare riferimento a due concetti fondamentali: quelli di CLASSE e di CETO, ovviamente molto usati in Sociologia.
Marx individua in quel periodo due nuove classi sociali: la borghesia (che detiene i mezzi di produzione) ed il proletariato (che vende la propria forza lavoro alla borghesia). Le due principali classi sociali sono queste, anche se per Marx ed Engels esiste anche il sottoproletariato.

Quando parliamo di stratificazione sociale non possiamo non parlare di Weber. Weber come criterio di stratificazione sociale adotta il riconoscimento sociale degli individui come gruppo a sé stante (nonché il riconoscimento da parte degli altri gruppi), e sostiene che non c’entrano i mezzi di produzione nel processo di stratificazione sociale. Stili e modalità di consumo non corrispondono allo status socio-economico dell’individuo. Il discorso di Weber si dipana anche lungo altri assi …
(ndSaebì: ho perso questo passaggio però XD)

In questo periodo sorge anche una contraddizione di genere: la rottura di schemi sociali basati sull’agricoltura fa sì che anche le donne entrino in fabbrica. C’è l’assunzione di un nuovo ruolo all’interno della società da parte delle donne (almeno dal punto di vista economico).

Dal 1848 al 1870 ci sono una serie di guerre che portano all’unificazione nazionale dell’Italia (1861) e della Germania (1870). Il Nazionalismo costruisce la nazione, non viceversa! Al 1861 infatti soltanto l’1% della popolazione parlava italiano (è una realtà documentata dallo storico Hobsbawm). Da qui la famosa frase: “abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”.

Ma perché la nazione diventa sempre più centrale nel dibattito dell’epoca? Ciò essenzialmente per ragioni economiche: intorno al 1870 si sviluppa in Europa e nel mondo una profonda crisi economica. I Paesi trainanti sono il punto di riferimento dell’economia mondiale, la quale è però generalmente in crisi. Gli Stati provano dunque ad intervenire nelle dinamiche economiche: nasce il PROTEZIONISMO (in contrapposizione al liberalismo che vigeva sino ad allora). Gli Stati iniziano a mettere i dazi doganali (il primo Stato ad introdurli è la Germania).

Ma dal 1870 al 1914 c’è un periodo di pace. Il protezionismo rafforza il fenomeno politico-culturale del Nazionalismo. Nella II metà dell’Ottocento il Paese che più cresce dal punto di vista industriale è la Germania (acciaio, industria chimica, elettricità). Ma gli inglesi sfruttano le loro colonie vendendo almeno 20 volte in più i loro prodotti rispetto ai tedeschi: in questo senso il sistema economico inglese è più efficiente. Ciò determina tra il 1870 ed il 1914 una corsa generale alle colonie da parte di Francia, Germania, Belgio ed Italia.
Nel 1914 abbiamo sul panorama internazionale: le grandi nazioni europee (ed i loro imperi coloniali), l’impero russo e l’impero ottomano, i quali costituiranno i principali soggetti della I guerra mondiale.

Il modello politico post-rivoluzione francese è quello della borghesia colta, ricca, che si organizza nell’amministrazione politica del paese (istituzione della burocrazia). Caratteristica fondamentale dell’Ottocento: si formano una serie di condizioni che si manifestano apertamente nel ‘900.

LEZIONE DI DOMANI: storico Arno Mayer. Questo storico studia la storia dalla IGM al 1948. Parla di “guerra di 30 anni del Novecento” in quanto non c’è un vero stacco tra le due guerre mondiali.

06-03-08

La I guerra mondiale era chiamata dai contemporanei “la grande guerra”. IGM è una definizione contemporanea data dagli storici dopo la IIGM. Ai primi del Novecento l’Europa centro-orientale era diversa da oggi: c’erano due grandi imperi, quello austro-ungarico e quello ottomano, il quale non è in Europa ma ha alcuni territori nell’area balcanica.

Ci sono una serie di sconvolgimenti: annessione della Bosnia Erzegovina all’Impero austro-ungarico; la Serbia si oppone: alcuni stati si organizzano e danno vita alla Lega balcanica, sconfiggendo la Turchia e spartendosi il territorio.

Ma subito dopo la Bulgaria attacca la Serbia per espandersi: altra crisi internazionale.
La crisi dell’Impero ottomano non riguarda solo la zona balcanica: gli altri stati europei ne “approfittano”.

Dall’unità alla IGM l’Italia quante guerre ha fatto? Non ce lo ricordiamo perché c’è un silenzio diffuso su una serie di aspetti (ad esempio la tragedia delle Foibe del 1942-43 si spiega con la politica di ‘snazionalizzazione’ degli slavi adottata dall’Italia nel 1918. Questo ci fa capire che gli eventi storici vanno considerati all’interno di una sequenza temporale, oserei dire anche logica. Le foibe non sono in sostanza uscite dal nulla: sono state una conseguenza di un’azione politica dell’Italia).

Ad ogni modo L’Italia non entra in guerra per la prima volta nella IGM. Nel 1911 essa infatti conquista la Libia (Impero Ottomano); c'è una fase espansiva-imperialista in cui interviene lo Stato nella vita economica del Paese (in realtà l’imperialismo italiano è poverissimo).
Infine dobbiamo ricordare anche una guerra fatta dall’Italia nell’Africa orientale, che certamente non era difensiva.

Altri contrasti nel sistema internazionale europeo:

1) Contrasto Francia/Germania: i motivi erano alcuni porti del Marocco e la conquista dell’Alsazia e della Lorena (importanti poli di produzione del carbone).
Nel 1870 la Prussia (che diverrà poi la Germania) conquista l’Alsazia e la Lorena togliendole alla Francia. Ciò scatena un forte dibattito politico francese sulla riconquista di queste terre.

2) Contrasto Inghilterra/Germania: conflitto fortissimo sul controllo dei mari (la flotta inglese resterà comunque sempre superiore nonostante i tentativi della Germania).

3) Contrasto Italia/Francia: motivi di carattere coloniale. La Tunisia era un territorio conteso da entrambe le nazioni. C’era poi la Corsica che secondo i nazionalisti doveva ritornare sotto il dominio italiano.

Questa serie di contrasti determina un sistema di alleanze complesso. Nel 1872 viene istituita la TRIPLICE ALLEANZA (Italia, Austria, Germania), la quale comprendeva una serie di vincoli tra cui l’entrata in guerra in caso di attacco ad una delle nazioni alleate.

Per L’Italia questa alleanza serviva contro la Francia. Ma i rapporti con la Francia dopo una serie di incontri diplomatici si ricompongono, mentre al contempo si complicano quelli con l’Austria: entrambe le nazioni miravano ai territori balcani e l’Italia rivoleva Trieste e Trento.
C’era inoltre un forte contrasto tra l’Impero russo e quello ottomano per il controllo degli stretti.

L’Impero tedesco è definito “terzo reich” (terzo impero), in quanto il primo impero è stato il Sacro Romano impero, il secondo l’Impero Guglielmino, ed il terzo appunto quello tedesco, il quale non è multinazionale.

Altra alleanza era la TRIPLICE INTESA: Francia, Gran Bretagna, Russia. La Germania fu accusata di essere “l’unica responsabile della IGM”.

La IGM è a detta degli stati che vi hanno partecipato una guerra di democrazie contro il potere antico e reazionario degli imperi. MA l’Impero russo (che era il massimo esempio di autoritarismo) era ALLEATO con Francia e Gran Bretagna!!!
La loro non era dunque che una mera giustificazione (in sostanza la storia la fanno i vincitori … )

(ndSaebì: questa cosa mi ricorda tanto qualcosa di mooolto attuale … Vedi USA! >_< )

Nel frattempo gli USA sono diventati una potenza industriale formidabile: Chicago, che abbiamo già ricordato, era il centro ferroviario degli Stati Uniti, i quali avevano le più grandi metropoli del mondo già a partire dal 1800, e non solo: essi riuscirono a sviluppare delle tecnologie di trasporti (un sistema di vagoni frigoriferi per trasportare beni altamente deperibili, come la carne) già a fine Ottocento.

L’Attività degli USA è espansiva verso l’America latina e verso il centro America (avevano infatti in queste zone basi militari e navali). Ma la fase espansiva degli USA riguarda anche l’Asia (fine ‘800/inizio ‘900).

Altra superpotenza del panorama internazionale è il Giappone (fino a metà 1800 era un paese feudale). Un gruppo di potere legato ad una potete dinastia giapponese decide di modernizzare il Paese seguendo il modello europeo. Lo Stato ebbe così un forte ruolo nello sviluppo economico-industriale del Paese (sorsero grandi colossi industriali: non esistevano piccole e medie industrie).

Il Giappone utilizza quindi il modello occidentale: ha inoltre forti mire espansionistiche verso l’Asia. Nel 1904 si scontra infatti con la Russia; il conflitto è combattuto in mare e dura due anni. Il Giappone vince, e per la prima volta uno stato non europeo sconfigge uno stato europeo.

Abbiamo visto come nei primi anni del Novecento ci sia una generale conflittualità. Una domanda d’esame che capita spesso è: quali sono le caratteristiche della IGM?
Per caratteristiche non si intende perché scoppia la guerra e come finisce, ma si intende “che tipo di guerra è”.

Nel Luglio 1914 l’arciduca austriaco Francesco Giuseppe muore in un attentato da parte di un gruppo di nazionalisti serbi mentre svolge una visita diplomatica a Sarajevo (capitale della Bosnia Erzegovina). L’Austria manda un ultimatum alla Serbia con condizioni inaccettabili. Gli stati iniziano dunque a mobilitare gli eserciti: inizia l’Austria, la Serbia, dunque la Russia, la Germania e in seguito la Francia. La mobilitazione militare tedesca è finalizzata all’attacco (atteggiamento aggressivo della Germania). Il piano di guerra tedesco è attaccare la Francia passando per il Belgio, che si oppone. La Germania dichiara dunque guerra al Belgio, e di conseguenza la Gran Bretagna dichiara guerra alla Germania. Si passa in poco tempo dalla mobilitazione direttamente alla guerra.

I tedeschi parlano di guerra lampo: ma contrariamente ai loro piani, questo non accade. I tedeschi sulla Marna vengono fermati da Francia e Inghilterra. La IGM è una guerra “nuova”, nel senso che prima le battaglie si svolgevano con formazioni schierate che si scontravano (modalità ‘tradizionale’ di fare la guerra. La percentuale di caduti era minima nelle battaglie). Ma sulla Marna i tedeschi vengono fermati: la battaglia si svolge per mesi lungo le trincee (aspetto psicologico devastante). I soldati sperimentano per la prima volta la MORTE DI MASSA, la quale ha un effetto immediato sulla società (enorme numero di vedove ed orfani).

Prima della guerra nei vari paesi c’era un grandissimo e serrato dibattito sulla guerra: il movimento socialista esprimeva un forte rifiuto della divisione dei confini basata sull’appartenenza nazionale (antinazionalismo: siamo divisi non su base nazionale, ma su base sociale: proletariato e borghesia).
Questi partiti socialisti hanno un’organizzazione internazionale: “l’Internazionale”. Nel 1914 il partito social-democratico tedesco e quello socialista francese si schierano però con i loro rispettivi governi, diventando a favore della guerra. Per ciò che riguarda il partito socialista italiano, anche in Italia i socialisti hanno forti rapporti con il governo.

Ma la componente contadina dei vari paesi era distante dall’accettazione della guerra: il fronte dei pacifisti e dei non interventisti si rafforza di fronte alle nuove caratteristiche della guerra (si immaginava una guerra veloce, una battaglia tradizionale, ma davanti all’orrore di questa nuova guerra il movimento contrario si rafforza).

Caso italiano: inizialmente l’Italia è neutrale. Iniziano poi una serie di contatti con la Triplice Intesa (Francia, Gran Bretagna, Russia): vengono presi accordi circa i territori di Trieste, Trento, Istria e Dalmazia. L’Italia entra così in guerra CONTRO Austria e Germania (ex alleate) senza interpellare il Parlamento.

Gli Stati si organizzano per sostenere economicamente lo sforzo bellico. Lo Stato comincia a comprare dalle industrie in quantità mai viste prima: c’è una trasformazione dello Stato da apparato burocratico “snello” ad organizzazione molto più complessa.
Sorgono così forti cambiamenti sul piano finanziario: i fenomeni economici hanno una ricaduta diretta sui cittadini e sulle loro vite.

Ci sono 3 modalità economiche con cui lo Stato può sostenere la guerra:

1) Emissione di moneta: ciò aumenta l’inflazione, in quanto con più moneta in giro aumentano i prezzi e diminuisce il potere d’acquisto per chi ha un reddito fisso.

2) Prestiti bancari: indebitamento da parte dello Stato con le banche.

3) Prestiti internazionali: gli Usa sono il punto di riferimento di questi prestiti. Diventano una superpotenza dopo la IGM proprio perché si ritroveranno creditori di vinti e vincitori.

L’Impero ottomano si allea con la Germania e l’Austria. Il Giappone dichiara guerra alla Germania perché mira alle colonie tedesche in Asia.

Nasce il concetto del FRONTE INTERNO: i disfattisti (quelli contro la guerra) devono essere gestiti dal governo. La produzione industriale si concentra essenzialmente sulla produzione bellica: si riduce la disponibilità di beni alimentari. Ciò genera un clima diffuso di malcontento. I governi si organizzano per reprimere le forme di opposizione alla guerra: vengono militarizzate le fabbriche, impedendo qualsivoglia forma di sciopero.

SITUAZIONE ITALIANA: in Italia come strumento di propaganda nazionalista viene usata la liberazione di Trieste e di Trento; si vuole far passare la guerra come tentativo di rivalsa.
La guerra italiana è essenzialmente una guerra fallimentare.

Nel 1917 scoppia la rivoluzione russa: essa nasce a causa di condizioni politiche e sociali gravissime. Lenin ed i bolscevichi prendono il potere e stipulano un accordo con la Germania, permettendole di occupare il fronte occidentale russo ritirandosi dalla guerra. Ciò provoca la sconfitta a Caporetto dell’Italia.

La guerra ‘moderna’ finisce quando l’avversario è allo stremo delle forze: il fronte interno tedesco viene meno, la popolazione è stanca di vivere nelle condizioni sociali ed economiche dettate dallo sforzo bellico. Venendo meno la Germania, l’Austria dal canto suo non è in grado di gestire da sola guerra: ciò causa la loro sconfitta e la fine della guerra.


sabato 9 febbraio 2008

"STRUTTURA DI FESTA": forma struttura e modello delle feste religiose meridionali- LELLO MAZZACANE


(NdSaebì: il riassunto non è completo, ma spero cmq che questa parte vi sia utile :-)

1) L’UNIVERSO FESTIVO

L’approccio alla festa è stato spesso oggetto di notevoli incomprensioni e fraintendimenti. In realtà già solo il termine “festa” copre un’area di significati estremamente estesa. L’ostacolo più frequente per una reale conoscenza dei diversi aspetti della festa consiste nell’ignorare appunto tale articolazione e nel parlare dunque di festa intendendo cose assai diverse.

Tutto ciò ha finito per non rendere un buon servigio alla conoscibilità della festa, sia sul piano dei contenuti che su quello del metodo di indagine, che si è dimostrato inadeguato alla comprensione dei vari aspetti della festa proprio per questa indeterminatezza e ampiezza dei significati e dei relativi approcci.

Dato che l’univocità terminologica ha spesso occultato delle diversità di contenuto, occorre fare delle distinzioni tra RICORRENZA FESTIVA, ISTITUTO FESTIVO, FESTEGGIAMENTO e FESTOSITA’.

1) LE RICORRENZE FESTIVE (comprendono un concetto più ampio degli istituti festivi) possono rivestire i significati più diversi, legandosi alle matrici culturali più disparate. Possono avere una cadenza calendariale o meno, possono essere festività occasionali ed episodiche, all’interno di una società, di una comunità o anche di determinati gruppi.
Ricorrenze festive erano quelle legate ai cicli stagionali, all’interno delle società arcaiche agricole e pastorali. Ricorrenze festive evidentemente molto diverse saranno quelle ispirate ad esigenze liturgiche e religiose. Ricorrenze festive ancora di tutt’altra natura quelle individuate all’interno della moderna società capitalistica.

2) GLI ISTITUTI FESTIVI sono quegli istituti consolidatisi all’interno di alcune ricorrenze festive. Il consolidarsi di una festa in un vero e proprio istituto sociale è da collegarsi al significato istituzionale più ampio che essa ha assunto entro specifici contesti storico-cultural.
c’è comunque un rapporto complesso tra ricorrenza festiva (festività) e istituto di festa: non sempre una ricorrenza festiva si consolida in un istituto di festa. Per cui è lecito sostenere che ricorrenze festive ed istituti di festa mantengono una loro relativa e specifica autonomia.

L’istituto festivo oltre che dal pdv storico, va letto anche dal pdv sociale. In quest’ambito possono essere individuati istituti festivi che riguardano una determinata società o soltanto alcune parti di essa, come ad esempio l’istituto festivo di tipo familiare, in cui valgono tutte le contestualizzazioni del caso.

Esistono infine festività fuori dell’istituzionalità come fuori da ogni ricorrenza festiva: le festività occasionali, gamma di quelle forme della festa che istituti non sono, né si legano a ricorrenze, ma che pur conservano alcuni requisiti festivi.

Riassumendo: se per la ricorrenza festiva la specificità era data dal ricorrere, appunto, per l’istituto di festa la specificità proveniva dalla forma istituzionale assunta dalla festa.


3) IL FESTEGGIAMENTO concerne le modalità concrete del far festa, riguarda la fenomenologia della festa: l’insieme di quei comportamenti reali e simbolici che costituiscono il funzionamento della festa. Il festeggiamento vorrà dire i modi, i luoghi, i livelli concreti di organizzazione della macchina festiva.

4) IL CONCETTO DI FESTOSITA’ DELLA FESTA: essa non potrebbe tale se non attingesse a questo comune sentimento di festa. Ma è opportuno considerare due incongruenze con tale affermazione: l’approccio si limita in questo caso a considerare un aspetto particolare, il sentimento di festa, per attribuirgli valore assoluto. L’altra incongruenza è nel vedere l’essenza della festa come il topos del gioioso e del gaio, e sappiamo che essa non è esclusivamente il luogo del ludico, ma anche della sofferenza e del dolore.

A seconda del tipo di festa, potremo dunque parlare di volta in volta di specifici sentimenti di festa. Dobbiamo tenere conto dei modi storici in cui si combinano gli elementi strutturanti quella particolare formazione festiva.

Gli istituti di festa di cui intendiamo specificamente occuparci saranno pertanto le feste attuali, popolari, religiose dell’Italia meridionale. Riassumendo, stabilito che la festa non è un oggetto monolitico di studio, bensì una serie articolata di aspetti molto diversi tra loro, resta da affrontare il problema conoscitivo per ciascuno di essi.

2) L’ORIZZONTE CONTADINO

Nel porci di fronte al tema delle attuali feste contadine e dunque nel contesto culturale in cui esse sono oggi iscritte, non possiamo ignorare il rapporto più ampio e complesso che intercorre tra orizzonte ideologico contadino e società capitalistica. La festa si configura dunque come luogo in cui avvengono mediazioni a livello economico e culturale di queste due istanze.

Festa e modo di produzione

Nel sistema capitalistico avanzato il festivo è il tempo del non lavoro, il tempo improduttivo, sottratto allo sfruttamento, ma che il piano del capitale recupera attraverso l’organizzazione del tempo libero. Festivo è in fatti il tempo da dedicare al consumo, un tempo in ultima analisi illusoriamente libero, in realtà altamente condizionato ed organizzato.
Tempo feriale e tempo festivo vengono così ad essere, nel sistema capitalistico, fortemente strutturati come parti integranti del meccanismo produttivo che separa il momento della produzione dal momento del consumo.

Nella cultura contadina il piano festivo non era affatto distinto dal momento produttivo, non era necessariamente separato dal lavoro. Il lavoro si caratterizza anzi come “festivo”, non solo per i suoi aspetti di opera collettiva indirizzata concretamente a cogliere i frutti di un’annata di fatiche: è festivo anche perché si ha socialmente da spartire con tutta quanta la comunità una parte della produzione. Per questa stretta connessione tra festa e lavoro non è difficile individuare, nella società agricole del mondo arcaico, istituti di festa nati dal vivo del contesto produttivo.

Andrebbe dunque approfondito in sede storica e per il nostro contesto meridionale:
quando è avvenuta la separazione tra festa e lavoro;
se essa è avvenuta in connessione e contemporaneamente alla trasformazione del modo di produzione.


Festa e contesto sociale

Le feste contadine meridionali hanno dimostrato un notevole grado di resistenza o di continuità nel tempo delle loro modalità di svolgimento. Ciò lo si è messo in relazione con l’attardarsi del processo di trasformazione economica del Mezzogiorno. Il problema rimane quello di comprendere il significato oggi delle feste, che continuano ad avere una vitalità, nell’ambito di una cultura che non è più definibile come “contadina”.

La realtà nuova che si è venuta determinando in seguito alle trasformazioni indotte dal sistema capitalistico è:

l’emigrazione e la nascita di un proletariato conseguente agli insediamenti industriali nel Sud.
la disgregazione dei ceti rurali, il posto nuovo occupato dal Sud da una borghesia mediatrice del capitale di stato.

Questi fattori hanno giocato un ruolo determinante nella degradazione del tessuto sociale contadino e dunque nel sistema di feste che di esso era parte integrante. Risulta infatti fuorviante riferirsi alla festa popolare o religiosa sottovalutandone o ignorandone la struttura di potere che le è sottesa: i rapporti complessi con l’autorità politica, con quella religiosa e le varie forme di mediazione collocate a livelli di classe differenti.
Nell’ambito della cultura contadina meridionale non vi è dubbio che sia stata la chiesa ad esercitare un ruolo ideologico dominante.

Festa e ideologia religiosa

La struttura che si è resa interprete della trasformazione ideologica meridionale è stata sicuramente la chiesa cattolica. L’apparato istituzionale delle feste contadine si è andato definendo in rapporto alla struttura di potere della chiesa e delle fasi di rinnovamento ideologico da essa via via propugnate. Molte ricorrenze festive annuali recano ancora le tracce di una ideologia molto arcaica vicina alla mentalità contadina. Dove per mentalità contadina si vogliono intendere i modi specifici del sistema cognitivo.valutativo propri di una società agricola.

La dialettica tra le forme egemoniche della chiesa e le modalità popolari concrete produceva di fatto dei solidi istituti festivi, diversificati tra loro proprio in ragione dei diversi referenti di luogo, classe, di avvenimenti ecc.
Vediamo ora di considerare la realtà festiva religiosa nel suo complesso nel nostro Mezzogiorno.

Il sistema delle feste
È pienamente condivisibile l’invito della Gallini a studiare, piuttosto che gli istituti isolatamente, il SISTEMA delle feste nella cultura contadina meridionale. Questo perché il sistema delle feste copriva l’intero corso dell’annata, secondo una fitta rete le cui maglie non andrebbero studiate singolarmente, ma come parte di un tutto: il sistema delle feste è dunque da considerarsi come una STRUTTURA UNITARIA di un modello comunitario.

La Gallini mette l’accento sulle implicazioni che vede manifestarsi sul piano comunitario: “All’apparente libertà della festa si sottende un complesso di precise regole sociali: ad esempio si dovranno preparare certi cibi cerimoniali e non altri, si indosseranno certi abiti, ecc.”.
Ma a livello ideologico-esplicativo tale discorso si limita all’analisi dei valori comunitari, ignorando l’influenza che la comunità contadina ha storicamente subito in funzione dell’egemonia della chiesa. D’altro canto è proprio la Gallini a precisarlo: “ [la chiesa] … la sua centralità non va trascurata. È la chiesa che consente e/o colloca le feste nell’ambito di una struttura calendariale”.

Ed è questo che a noi interessa: valutare cioè il sistema delle feste così come determinatosi entro il rapporto complesso tra ideologia contadina e ideologia cattolico-religiosa. Rapportandoci all’insieme delle feste piuttosto che ai singoli istituti, potremo disvelare, se avremo fortuna, l’eventuale struttura che è loro sottesa, le modalità del rapporto tra la struttura delle feste e il suo apparato ideologico, rapporto maturato sul piano storico, risultato della dialettica storico-culturale avvenuta tra orizzonte contadino e ideologia cattolico-religiosa.

3) TIPOLOGIA DELLE FESTE RELIGIOSE MERIDIONALI

1- PELLEGRINAGGIO
2- SACRA RAPPRESENTAZIONE
3- FESTA PATRONALE

Le feste religiose meridionali sul piano concreto si manifestano secondo modalità riconducibili ai tre istituti festivi elencati sopra. Tali istituti si presentano secondo modalità di svolgimento distinte all’interno del contesto sociale meridionale.

Le tre storie di festa

Pellegrinaggio, festa patronale e sacra rappresentazione si svolgono diversamente: esse adempiono a delle FORME NARRATE che si presentano come concatenazione di eventi. In sostanza tutti e tre i tipi di festa raccontano un’unica storia: ciò che varia è il modo di raccontarla.

1) IL PELLEGRINAGGIO assume sempre come elemento fondante la forma del viaggio, di andata e ritorno. Non c’è pellegrinaggio senza viaggio, tra i due viaggi è racchiusa tutta la festa.
2) LA SACRA RAPPRESENTAZIONE comporta una recita, un travestimento. Si rappresenta un evento, quello della Passione. La rappresentazione è vera e simbolica allo stesso tempo: ciò che si recita è al tempo stesso reale e simbolico, presente e passato, è avvenuto una volta e avviene qui ora. Siamo di fronte ad una forma di memoria che abolisce il flusso del tempo e fa presente il passato.
3) LA FESTA PATRONALE assume sempre la forma di un festeggiamento corale del santo. A questa connotazione più ampia e generale fanno riscontro modalità interne alle singole feste di questo tipo, più specifiche ma non per questo meno riconoscibili. Registreremo sempre in questo tipo di feste un momento collettivo e un momento individuale del rapporto col santo.

Allarghiamo la latitudine del discorso elencando criteri sociologici e criteri storici della distinzione esistente tra i 3 tipi di feste.

Notazioni di ordine socio-antropologico

Vi è una differenza non trascurabile nella composizione sociale dei partecipanti ai vari tipi di feste, in particolare tra coloro che si recano ai pellegrinaggi e coloro che partecipano alle sacre rappresentazioni e alle feste patronali. I pellegrinaggi sono infatti più direttamente collegati alla tradizione rurale, e vedono la partecipazione prevalente dei ceti contadini delle aree meridionali.
Le feste patronali e le sacre rappresentazioni coinvolgono invece anche vasti strati delle classi piccolo-borghesi, artigiane e commerciali dei piccoli centri urbani. Naturalmente questo vale come indicazione di massima, con tutte le variazioni e le eccezioni del caso. In linea di massima, comunque, ciascuno si sceglie la propria festa, quella che più gli appartiene.

Anche i modi di partecipazione continuano ad avere una caratterizzazione peculiare. La forma di partecipazione più diffusa nei pellegrinaggi è ad esempio quella per gruppi omogenei. La composizione di quest’ultimo va dal gruppo familiare ristretto a quello allargato, includente parenti o persone legate da vincoli di comparaggio o di affinità.

Diversamente dai pellegrinaggi, nelle feste patronali e nelle sacre rappresentazioni i protagonisti sono, se si escludono i grossi centri, i vari ceti presenti nei paesi meridionali. In altre parole il paese tutt’intero è coinvolto nella festa. Naturalmente la diversità nella partecipazione tra festa patronale e sacra rappresentazione non esiste, svolgendosi entrambe nel medesimo contesto sociale.

Anche se qualche distinzione è praticabile sul piano della normativa e dei ruoli interni. Le feste patronali sono celebrative del santo, dove tutta la folla è indistintamente protagonista. Nella sacra rappresentazione viceversa la partecipazione di divide in due: gli attori protagonisti della rappresentazione della vicenda di Cristo e il paese che assiste.
La normativa è precisa: feste allegre quelle dei santi, festa triste quella di Cristo. Alle prime è connaturato lo svago, il ballo, il consumo; alla seconda la mestizia, il riserbo, il lutto.

Diversa appare l’epoca di formazione storica dei tre tipi di feste.

Notazioni di ordine storico

Per i pellegrinaggi premettiamo che essi si possono distinguere in base al destinatario del culto oppure all’ubicazione del santuario. La tipologia dei luoghi si presenta con caratteristiche ricorrenti. Troveremo infatti: santuari di montagna, alcuni dei quali solo recentemente collegati da strade, santuari a mezza costa, su pianori, di fondovalle e ancora santuari collocati in grotta, infine santuari presso i centri abitati. Nel loro complesso, le formazioni festive connesse ai pellegrinaggi sembrerebbero di ascendenza più remota all’interno della nostra tipologia.

Le formazioni festive connesse al culto dei santi patroni nel Mezzogiorno sono da ricondurre ovviamente al fenomeno più generale dell’assunzione patronale da parte delle comunità meridionali, processo che si è svolto attraverso i secoli in relazione alle più svariate vicende delle singole comunità. Nel quadro storico fornito da Galasso ci sembrerebbe tuttavia di poter circoscrivere con sufficiente approssimazione la definizione dell’attuale assetto patronale meridionale nell’arco di tempo che va dal XIV al XIX secolo.

Per le sacre rappresentazioni, infine, così come si ritrovano nel nostro Mezzogiorno, c’è da dire che esse sono di formazione relativamente recente, in ogni caso difficilmente anteriore al periodo controriformistico.

Classificazione e ipotesi di lavoro

Ognuna delle 3 forme-festa ricorrenti dispone di un proprio specifico racconto, della Passione di Cristo, della processione in onore del santo e del viaggio al santuario. Ogni singola festa si articola dunque in una serie di modalità concrete e concatenate tra loro sino al concludersi della festa stessa.

Se diamo per ipotesi che un certo numero definito di aspetti sia ricorrente in tutte le feste di uno stesso tipo, per verificare se e quali ricorrano, si dovrà rilevarli sul piano empirico singolarmente festa per festa e confrontarli tra loro. Dovremo dunque operare una rilevazione di tali aspetti ed una classificazione morfologica delle feste.

L’individuazione degli aspetti in cui ogni festa si articola è stato il risultato di un vastissimo lavoro di rilevazione cui si è pervenuti nel corso degli anni. La forma conclusiva nella quale sono stati organizzati e presentati i materiali è quella di uno schema fotografico: il fotoschema pubblicato a conclusione del nostro lavoro “Perché le feste”. A partire dalla rilevazione empirica esisterebbero tre strutture di festa dentro le quali ricorrerebbe un numero definito di aspetti comuni a tutta la tipologia festiva. Cercheremo nelle pagine che seguono di ripercorrere alcune fasi dell’itinerario di ricerca.

4) MORFOLOGIA DELLE FESTE

Lo schema di Perché le feste assumeva la tipologia cui abbiamo fatto riferimento per andare successivamente a verificare l’esistenza o meno di costanti nella diversità dei tipi di festa. Il materiale documentario comprende una vastissima documentazione fotografica estremamente analitica, festa per festa.

Il nostro itinerario di ricerca procedeva infatti ad una costruzione per via fotografica del modello della festa. Per la costruzione del fotoschema, le foto andavano estratte da feste diverse ma dello stesso tipo, evidenziandone gli elementi costitutivi. Il modello che ne risultata si configurava come una sequenza di foto che lo raccontavano attraverso una serie di aspetti e di modalità accertate.

I tre racconti fotografici potevano a questo punto essere confrontati tra loro, collocandoli l’uno sotto l’altro, in modo da poterli attraversare con letture verticali dello schema. Le costanti individuate risultano essere aspetti PENITENZIALI, RITUALI, MAGICO-RELIGIOSI e SOCIALI, comunque e dovunque presenti in tutta la tipologia festiva.

Le costanti individuate riguardano:

-modalità del comportamento (il comportamento penitenziale)
-funzioni cui la festa assolve (le funzioni magico-religiose)
-comportamenti e funzioni assieme congiunti in alcune forme del rituale (aspetti rituali)
-forme specifiche dei rapporti sociali presenti in quel tipo di festa (modalità dei rapporti sociali)

Gli aspetti costanti comuni alle feste di uno stesso tipo le chiameremo costanti di 1° approssimazione. Praticando un secondo livello di astrazione, individuiamo le sole costanti comuni a tutti e tre i tipi di feste, le costanti di 2° approssimazione.

Modalità del comportamento: il comportamento penitenziale
Un comportamento penitenziale, pur nelle sue forme specifiche, sembrerebbe essere una costante nella pratica partecipativa delle festività religiose meridionali.
All’interno del gruppo di foto ad esso relative sono stati individuati tre nuclei tematici.

Il mendicare: le foto esemplificano tre modi di mendicare (in nome del santo, in nome della chiesa e in nome proprio).
Il percorso penitenziale: un secondo aspetto costante che ribadisce il comportamento penitenziale è dato dal percorso. Nel pellegrinaggio esso si traduce nel viaggio sino al luogo di culto.
Nelle sacre rappresentazioni può essere ad esempio il momento della via crucis. E infine nelle feste patronali il procedere in ginocchio sino all’altare nella chiesa, come risposta penitenziale alla sacralità del luogo.
La penitenza del corpo: nel caso dei pellegrinaggi può essere la salita in ginocchio sino al santuario, come testimoniano le foto. Un episodio di flagellazione sul petto con un sughero trapunto di spilli nella rappresentazione sacra. Infine nelle feste patronali una penitenza del corpo può essere espressa indossando una cappa di spine, strumento devozionale portato dai fedeli nella processione del santo.

Modalità del comportamento e delle funzioni- aspetti rituali
Anche le costanti rituali presenti in questo gruppo di foto presentano 3 nuclei tematici.
La ritualità codificata: nelle feste esiste una ritualità che si ripete secondo una normativa precisa, una ritualità codificata. Per i pellegrinaggi essa è espressa dall’uccisione del capretto.
Nelle sacre rappresentazioni è espressa alle soste (stazioni) lungo l’itinerario della via crucis.
E infine nelle feste patronali nel ballo ritualizzato davanti alla chiesa. Si tratta ovviamente solo di tre esempi estratti tra i tanti.
La struttura professionale: partecipazione individuale (la donna), del piccolo gruppo (la paranza) e collettiva (la processione) ricompongono l’insieme della struttura professionale.
L’offerta simbolica: il ritualismo dell’offerta è leggibile nella pratica del capro sgozzato nel pellegrinaggio. Nel contesto delle sacre rappresentazioni, per l’offerta le donne attendono il passaggio della processione.

Modalità delle funzioni: le funzioni magico-religiose.
Il gruppo di foto che si presenta sotto la costante magico-religiosa comprende anch’esso tre nuclei tematici.
La protezione simpatica: una forma di protezione simpatica è stata individuata nei rispettivi tipi di feste. Pellegrinaggio: la pratica dei tre giri attorno al santuario. Sacre rappresentazioni: lo spazio processionale delimitato dal suo itinerario, è sacralizzato e protetto, in quanto percorso del Calvario di Cristo. Nelle feste patronali gli indumenti tolti alla bimba e collocati accanto al Santo garantiranno una sicura protezione divina.

L’offerta protettiva: una forma di offerta che vincola la protezione divina ad esempio è riscontrabile (nel pellegrinaggio del Pollino) nella pratica dell’asta per portare in processione la Madonna.
Nella festa patronale ne è un esempio l’offerta che ribadisce una protezione già accordata e felicemente risolta, come quella espressa nella foto dall’ex voto della bambina guarita.
Infine, per fare un esempio per le sacre rappresentazioni, offerta per antonomasia è quella del Cristo che immola simbolicamente il suo corpo a redenzione dei peccati del mondo.

La protezione analogica: ad esempio gli ex voto che riproducono parti del corpo. Essi consistono in richieste di guarigione auspicate: l’ex voto raffigurante la parte ammalata, una volta donato alla divinità, proteggerà per analogia quello stesso organo. Oppure le corna della foto 31 scacceranno il male in forza delle loro punte aguzze.


Modalità dei rapporti: i rapporti sociali

L’ultimo gruppo di foto fa riferimento a due colonne verticali del fotoschema, le quali riportano alcune modalità dei rapporti sociali presenti nelle feste.

Gli scambi materiali: transazioni economiche presenti in ciascun tipo di festa, all’interno della stessa classe sociale. La fiera è il luogo tipico di scambio del pellegrinaggio. Legata alle sacre rappresentazioni è invece la vendita ambulante di piccole cose o di cibi rituali. Il mercato è infine la modalità ricorrente nell’economia della festa patronale.

I rapporti sociali: nelle feste è comunque presente in varie forme il rapporto tra ceti rurali e classe dominante. In alcune foto è ben visibile la presenza del clero; in altre la partecipazione dei notabili; in altre ancora l’intervento della mano armata dello Stato.
Data l’articolazione e la complessità di tali rapporti a volte tutt’altro che manifesta sul piano delle azioni concrete e dunque difficilmente interpretabile sul piano del dato visivo, lo schema non poteva che limitarsi a citarne l’esistenza.

5) LE FUNZIONI NARRATIVE
Facciamo ora un piccolo excursus in un ambito diverso dal nostro, quello della riflessione sulla struttura narrativa. Dai padri del formalismo russo, passando per l’analisi sulla fiaba di Propp, per le interpretazioni strutturalistiche del mito ad opera di Lévi-Strauss, per arrivare alle considerazioni in ambito semiologico sull’analisi del racconto di Bremond e Greimas, le formulazioni si sono differenziate applicandosi di volta in volta a specifici materiali narrativi.

lunedì 12 novembre 2007

Tecniche di ricerca sociale

12-11-07
Nella prima parte del corso studieremo il riconoscimento delle variabili.

Il ricevimento si terrà nella stanza 3-1 il mercoledì, dopo la lezione.

e-mail della prof: amcaputo @ unina. it

-Programma d’esame
1)Corbetta: solo la IV parte
2)Fideli: Come analizzare i dati al computer (Carocci, 2002)
3)Amaturo: Messaggio, simbolo, comunicazione: introduzione all’analisi del contenuto, (Carocci,1993)

L’esame consisterà in 5 domande a risposta aperta più la prova orale. Una domanda sarà basata sull’analisi della tabella di contingenza, 3 domande si baseranno sull’analisi monovariata, bivariata, multivariata, ed infine una domanda sull’analisi del contenuto. Non faremo nessuna prova intercorso.

Venerdì 30 Novembre faremo la I esercitazione sul riconoscimento delle variabili.

DEFINIZIONE DI METODO E TECNICHE

METODO: insieme di procedure per giungere alla conoscenza di qualcosa. Comprende un set di tecniche.

METODOLOGIA: riflessione, discorso sul metodo, sulla correttezza del metodo utilizzato.

TECNICA: la tecnica è uno strumento concreto utilizzato indipendentemente dal mio obiettivo. Il metodo riguarda come usiamo tale strumento.

CONTINUUM: METODOLOGIA ----- METODO----TECNICHE

1)Ricerca quantitativa: analisi delle variabili
-questionario
-fonti statistiche ufficiali
-esperimento

2)Ricerca qualitativa: analisi dei casi
-intervista
-focus group
-storie di vita
-osservazione partecipante

I due approcci di ricerca hanno obiettivi conoscitivi diversi. L’approccio qualitativo è solitamente usato all’inizio e alla fine di una ricerca. E’ usato anche per approfondire qualcosa di cui abbiamo una conoscenza superficiale. Nella fase centrale viene solitamente usato l’approccio quantitativo (individuazione della causa e dell’effetto: conosco il fenomeno, ipotizzo relazioni tra fenomeni).

DEFINIZIONI TRATTE DAI LUCIDI
METODOLOGIA: parte della logica che ha per oggetto la riflessione sulle regole e i principi che sono alla base del metodo.

METODO: insieme delle procedure, delle regole e dei principi che consentono di conoscere/spiegare e ordinare la realtà in vista di un fine (è un insieme di tecniche).

TECNICHE: insieme di procedure, regole e principi preconfezionati che consentono di conoscere/spiegare e ordinare la realtà, indipendentemente dal fine.

Il metodo scientifico è basato sulla corroborazione dell’ipotesi. La ricerca sociale è il processo scientifico attraverso cui si interroga la realtà al fine di ottenere una corroborazione delle ipotesi iniziali.

IL METODO SCIENTIFICO DELLA RICERCA SOCIALE HA 5 CARATTERISTICHE

1)Ripetibilità (procedure riutilizzabili)
2)Controllabilità della base empirica (adozione rigorosa del metodo e delle tecniche: ciò stabilisce la validità delle conclusioni)
3)Pubblicità del processo di ricerca (si mette a disposizione della comunità scientifica)
4)Ispezionabilità della base empirica (definizione operativa)
5)Impiego della statistica

Argomento della prossima lezione: distinzione tra tipi di ricerca, tipi di tecniche e tipi di strumenti.

14-11-07

Venerdì 16 Novembre non c’è lezione. Il Lunedì l’orario è stato modificato: la lezione si terrà dalle 13 alle 15.

Una tipologia è un insieme di elementi accomunati da una proprietà comune.

TIPI DI RICERCA SULLA BASE DELLE STRATEGIE

La ricerca è l’insieme di procedure di costruzione, organizzazione e analisi dei dati adottate per un controllo empirico. Esistono due tipi di ricerca:

1) ricerca sperimentale (avviene in un ambiente artificiale, in una condizione non naturale, si vede come variano causa ed effetto)
2) ricerca non sperimentale (osservazione diretta del fenomeno nell’ambiente naturale)

Il tipo di ricerca non sperimentale sarà l’ambito di studio del corso.

TIPI DI RICERCA NON SPERIMENTALE (comprende sia l'approccio quantitativo che qualitativo)

-APPROCCIO MATRICIALE (quantitativo): consente di formulare e controllare asserti intorno alle relazioni di associazioni tra proprietà (ipotesi). Una matrice di dati è una tabella in cui vengono disposti in RIGA i dati sui CASI INTERVISTATI mentre in COLONNA le variabili corrispondenti.

-APPROCCIO NON MATRICIALE (qualitativo): l’obiettivo principale è l’interpretazione della realtà.

Un ASSERTO è una proposizione di senso compiuto controllabile in termini di vero/falso. E’ proprio questa caratteristica che distingue un asserto da un CONCETTO, il quale non può essere vero o falso.
Esempio: “una penna” : è un concetto. Dire invece “questa è una penna” significa esprimere un asserto (che può essere verificato o falsificato). L’asserto è dunque anche l’ipotesi: con un asserto posso ipotizzare una relazione tra due fenomeni.

La ricerca quantitativa lavora sull’analisi delle proprietà di un caso. Questo vuol dire che di un’unità di analisi ci interessano, se adottiamo un approccio quantitativo, esclusivamente le sue variabili, le sue proprietà, e non l’oggetto d’analisi nella sua interezza.

Non a caso il disegno di ricerca segue questi passaggi chiave:

- individuazione ipotesi
- individuazione delle proprietà che ci interessano
- individuazione dell’unità d’analisi

E’ chiaro quindi che l’unità d’analisi è l’ultima cosa che ci interessa individuare: ciò che è fondamentale e primario rispetto ad essa è l’individuazione (in base all’ipotesi) delle variabili che vogliamo studiare. L’ipotesi è la formulazione, l’ipotizzazione appunto di una relazione tra due proprietà. Il rapporto tra due proprietà è un rapporto di PROBABILITA’ (se c’è X, probabilmente c’è anche Y). In passato non era così: secondo la prospettiva positivista se c’era X, necessariamente ci doveva essere Y (rapporto di causa/effetto). Prima si ragionava in termini deterministici: oggi invece ragioniamo in termini di probabilità.

TIPOLOGIA DI TECNICHE DI RICERCA BASATA SUL GRADO DI PERTURBAZIONE DELL’OGGETTO

Distinguiamo tra:

-Tecniche intrusive, i cui strumenti sono osservazione partecipante, esperimento, intervista, questionario.

-Tecniche non intrusive, i cui strumenti sono osservazione non partecipante, documenti, dati secondari (statistici, come ad esempio quelli forniti dall’ISTAT).

PIANIFICAZIONE DELLA RICERCA

1)DEFINIZIONE DEL “PROBLEMA”
-relazione teoria/ricerca
-letteratura di riferimento (ricognizione delle teorie già esistenti)
-ipotesi (porre in relazione proprietà)
-definizione dei concetti/indicatori per arrivare alle variabili

2)DOCUMENTAZIONE PRELIMINARE
-valutazione/selezione delle informazioni

3)IDENTIFICAZIONE DELL’UNITA’ D’ANALISI (individuale, collettiva, ecologica, etc.)
Essa avviene DOPO l’identificazione delle proprietà (il caso non ci interessa: oggetto della nostra attenzione sono solo le sue variabili).

4)STRATEGIE DI CAMPIONAMENTO
-popolazione di riferimento
-campionamento probabilistico (o non probabilistico). E’ importante che il campione sia rappresentativo.

5)DEFINIZIONE DEGLI STRUMENTI PER LA RACCOLTA DEI DATI (decidere quali strumenti usare per la ricerca).

6)IDENTIFICAZIONE DELLE VARIABILI (trasformazione del concetto in variabile)

7)RACCOLTA DELLE INFORMAZIONI (casi)

8)ANALISI DEI DATI (AMBITO DI STUDIO DEL CORSO)
-costruzione della matrice
-analisi monovariata (basata su una variabile)
-analisi bivariata (relazioni tra due variabili)
-analisi multivariata (è un’analisi sincronica di più variabili. E’ considerata la più corretta dato che i fenomeni sociali sono molto più complessi di quanto si possa immaginare, è pertanto impossibile isolare un’unica causa ed un effetto).


RICONOSCIMENTO DELLE VARIABILI (Venerdì 30 Novembre esercitazione sul riconoscimento delle variabili)

Un tipo di variabile viene definito in base alle modalità di risposta che si vanno ad individuare nel questionario (non ci sono variabili se non c’è un questionario). Non esistono variabili “naturalmente” nominali od ordinali. Quando la definizione operativa trasforma l’indicatore in variabile, stiamo in sostanza stabilendo in che modo andremo a rilevare la variabile, definendone quindi la tipologia.

Secondo Marradi (ndSaebì:dicitura che dobbiamo adottare anche noi, pena la bocciatura! :P ) è più corretto e opportuno chiamare le variabili nominali CATEGORIALI NON ORDINATE, mentre le variabili ordinali CATEGORIALI ORDINATE. Insieme queste due tipologie costituiscono le variabili CATEGORIALI. Questa nomenclatura diversa delle variabili è dovuta al fatto che Corbetta usa una classificazione oggi ritenuta obsoleta. La classificazione di Marradi è invece più corretta.


19-11-07

SCHEMA: a partire dal concetto abbiamo due processi distinti che poteranno alla definizione del CASO e della VARIABILE. Vediamoli separatamente.

-PROCESSO CHE PORTA DAL CONCETTO AL CASO CONCRETO
1) CONCETTO
2) UNITA’ D’ANALISI (individuazione della popolazione di riferimento)
3) CAMPIONAMENTO
4) CASO (disposto in riga nella matrice dei dati)

-PROCESSO CHE PORTA DAL CONCETTO ALLE VARIABILI
1)CONCETTO
2)PROPRIETA’ DELL’OGGETTO
3)INDICATORE
4)DEFINIZIONE OPERATIVA
5)VARIABILE (disposta in colonna nella matrice dei dati)

Un concetto è definito da più indicatori. Essi si trovano in un rapporto di indicazione con il concetto principale. Si passa dal concetto all’indicatore tramite il procedimento di OPERATIVIZZAZIONE (dal generale al particolare, al concreto). Con la DEFINIZIONE OPERATIVA invece si intende quel processo per cui si passa dall’indicatore alla variabile. Al termine di questo processo di trattamento dei dati viene applicata la cosiddetta formula di combinazione, per cui definiremo l’INDICE del concetto iniziale, da cui ha preso avvio il processo. L’INDICE del concetto A non è altro che il corrispettivo empirico del concetto iniziale.

Un concetto non è MAI definito da un unico indicatore, così come un indicatore non è mai proprio di un unico concetto. Riassumendo, l’operativizzazione è il passaggio dal concetto all’indicatore. La definizione operativa è il passaggio successivo, quello dall’indicatore alle variabili. Essa ci consente di trasformare un indicatore in un concetto ancora più concreto (ossia la variabile), che ci permetterà di rilevare empiricamente la proprietà che intendiamo studiare.
Esempio di DEFINIZIONE OPERATIVA:

-INDICATORE : reddito
-VARIABILE: quanto guadagni? (individuare le modalità di risposta)

-INDICATORE: residenza
-VARIABILE: dove abiti?

E’ ovviamente il nostro OBIETTIVO DI RICERCA che ci fa definire gli indicatori, e quindi le relative variabili. Uno stesso indicatore può diventare variabili di natura diversa (dipende dall’obiettivo della ricerca, dalla nostra ipotesi).

La definizione operativa è dunque l’insieme di regole che ci consentono di trasformare una proprietà astratta in una proprietà empiricamente osservabile (definizione tratta dal lucido della prof).

-TRASFORMAZIONE DI PROPRIETA’ IN VARIABILE
In base alle regole stabilite, lo stato di ciascun caso sulla proprietà X può:

1) essere rilevato
2) essere assegnato ad una categoria delle variabili in cui la proprietà è stata trasformata
3) essere registrato

Una proprietà ha una serie di STATI che possono essere rilevati (gli stati sono in sostanza le variabili). Bisogna fare attenzione a non attribuire una serie di stati alla variabile sbagliata (concetti di ESAUSTIVITA’ e MUTUA ESCLUSIVITA’ delle variabili, vale a dire che gli stati della variabile devono essere esaustivi, comprendere cioè tutte le modalità di risposta presenti nel campione preso in esame, e devono inoltre essere esclusivi di un’unica categoria: non possono coesistere cioè più modalità di risposta a cui un soggetto del campione potrebbe appartenere, a meno che non sia dichiarato nell’intestazione della variabile).

Il compito è: registrare lo stato di ciascun caso sulla proprietà, assegnando a ciascun caso lo stato di una delle proprietà.

Etimologia della parola variabile: una variabile è il risultato della trasformazione di un indicatore grazie alla definizione operativa. La variabile è un concetto operativizzato, è la proprietà operativizzata di un oggetto. La proprietà è contenuta nell’oggetto.
Una proprietà operativizzata si dice VARIABILE se l’oggetto assume diversi stati sulla proprietà.

SCHEMA
-PROPRIETA’ OPERATIVIZZATA: variabile
-STATI SULLA PROPRIETA’ OPERATIVIZZATA: modalità di risposta comprese nella variabile

ESEMPIO:

-GENERE (proprietà): GENERE (variabile)
-APPARTENENZA AL GENERE (stato sulla proprietà): _ maschio, _ femmina (modalità di risposta)

La variabile può variare:
1)NEL TEMPO (studio longitudinale diacronico; il panel ad esempio è un gruppo di casi studiati nel tempo).

2)TRA I CASI (studio trasversale sincronico: è una fotografia dello stato di un fenomeno in un determinato momento, studio di casi differenti).

Delle variabili sono proprie:
1) l’esaustività
2) la mutua esclusività
3) l’unicità del “fundamentum divisionis” (vale a dire un unico criterio nella scomposizione delle variabili)

UNITA’ D’ANALISI: concetto astratto (es. la popolazione di riferimento), è il referente su cui si raccolgono informazioni

PROPRIETA’: sono le caratteristiche dei casi

CASO: fa parte dell’unità, è il suo corrispettivo empirico

MODALITA’ : categorie concrete in cui si struttura la variabile

STATO SULLA PROPRIETA’: modi in cui le caratteristiche si presentano

ESEMPIO:

Unità: individuo
Caso: Pippo
Proprietà: istruzione
Variabile: tipo di studio
Modalità: 1 - nessun titolo
2 - licenza elementare
3 - diploma
4 - laurea
5 - specializzazione post-laurea

Stato sulla proprietà: livello alto, medio e basso di scolarizzazione


21-11-07

-Tipi di variabili a partire dai tipi di proprietà: determinati set di proprietà determinano precisi set di variabili. La definizione operativa trasforma una proprietà in un determinato tipo di variabile. Sono le modalità di risposta a distinguere le variabili. La distinzione tra variabili è fondamentale per l’elaborazione e l’analisi dei dati.

-Tipi di proprietà:

PROPRIETA’ DISCRETE
1) categoriali non ordinate
2) categoriali ordinate
3) categoriali con stati enumerabili

PROPRIETA’ CONTINUE
4) continue misurabili
5) continue non misurabili

Le proprietà discrete hanno degli stati finiti. Le proprietà continue (come ad esempio l’altezza) hanno invece degli stati infiniti (l’altezza è infatti frazionabile in metri, centimetri, etc.). Un altro esempio è quello del quoziente di intelligenza: si misura una proprietà che di fatto non è misurabile (come avviene anche per la “misurazione” degli atteggiamenti attraverso le scale di Likert).
Marradi sostiene che i metodologi non possano misurare la realtà sociale, ma unicamente rilevare fenomeni. E’ un errore concettuale usare termini propri di altre scienze.

TIPI DI VARIABILI
1) variabili categoriali (proprietà discrete)
2) cardinali/quasi cardinali (proprietà continue). Nel caso in cui la proprietà non dovesse essere misurabile, si parla di variabili quasi cardinali.

ANALISI DI CIASCUN TIPO DI VARIABILE A PARTIRE DALLA SUA PROPRIETA’

1) Variabile categoriale non ordinata (la vecchia “nominale”): è generata da una proprietà discreta (che ha stati finiti). Gli stati non sono ordinabili lungo alcun continuum (non c’è un ordinamento gerarchico degli stati, la risposta non genera ordine nei rispondenti).

Definizione operativa della variabile categoriale non ordinata:
-classificazione: categorizzazione di una proprietà (è senza gerarchie)

I valori numerici attribuiti a ciascuna categoria non hanno natura né ordinale né categoriale, non c’è gerarchia: essi sono attribuiti a caso (come avviene ad esempio per i numeri delle magliette di una squadra di calcio, è una convenzione che il portiere sia il numero 1).

Esempio di variabile categoriale non ordinata:
-proprietà: informazione dei giovani
-definizione operativa:
TG1
TG2
TG3
TG4
TG5
Altri TG

-variabile: TG preferito
1) TG1
2) TG2
3) TG3
4) TG4
5) TG5
6) Altri TG

Il numero che associamo ad una modalità di risposta è del tutto CONVENZIONALE.


2) Variabile categoriale ordinata: ha delle proprietà discrete (numero finito di stati).
-Definizione operativa: classificazione, vincolo di monotonicità.
Esempio:
1) NESSUN TITOLO
2) LICENZA ELEMENTARE
3) LICENZA MEDIA INFERIORE
4) LICENZA MEDIA SUPERIORE
5) LAUREA

Il vincolo di monotonicità può essere spiegato in questo modo: se “nessun titolo di studio” è minore di “licenza elementare” (N.T. <> L.Elementare, quindi necessariamente 5>1

Questo è il vincolo di monotonicità (i valori devono essere corrispondenti all’ordine delle categorie della variabile). Questo processo genera la variabile categoriale ordinata (la vecchia “ordinale”). I valori numerici attribuiti a ciascuna categoria hanno natura ordinale ma non cardinale (i valori numerici sono attribuiti secondo un ordine).

Esempio di variabile categoriale ordinata:
-proprietà: livello di istruzione
-definizione operativa: -nessun titolo, -licenza elementare, etc.
-variabile:
1) NESSUN TITOLO
2) LICENZA ELEMENTARE
3) LICENZA MEDIA INFERIORE
4) LICENZA MEDIA SUPERIORE
5) LAUREA
6) SPECIALIZZAZIONE POST-LAUREA
Gli stati della variabile non sono frazionabili, sono finiti. La categoria ALTRO viene usata per i casi che non ci interessano e per quelli che non abbiamo previsto (principio di esaustività della variabile).

Un altro esempio di variabile categoriale ordinata:

-In quale fascia d’età rientri?
1) Meno di 18 anni
2) 18-25
3) 26-29
4) Oltre i 29 anni
Tra una classe e l’altra c’è il vincolo di monotonicità spiegato prima.


Questa variabile non è cardinale perché non sappiamo di QUANTO c’è differenza tra una classe e l’altra (non è una scala di valori con un’UNITA’ DI MISURA).

23-11-07

3)Variabili cardinali: in questo caso non si usano etichette, i numeri non sono convenzionali, ma reali: indicano la quantità precisa di qualcosa. Le variabili cardinali si distinguono in base al tipo di proprietà che le genera.

I TIPO DI PROPRIETA’ che generano variabili cardinali: proprietà enumerabili (si riferiscono ad un CONTEGGIO), hanno stati finiti, sono discrete e quindi non sono divisibili o frazionabili. Il risultato del conteggio degli stati deve avere come esito un numero intero.

Definizione operativa: contare, registrare.
Nella maggior parte dei casi quando siamo in presenza di variabili cardinali l’unità d’analisi è un aggregato.

Esempio di variabile cardinale generata da una proprietà enumerabile:

Proprietà: possesso di auto
Definizione operativa: conteggio per ciascun caso dell’ammontare della proprietà e registrazione.
Pippo= 2 auto
Maria=1 auto
Variabile: n° di auto possedute

0_
1_
2_
3_
4_

II TIPO DI PROPRIETA’ che generano variabili cardinali: proprietà continue (hanno stati infiniti e frazionabili). Esse si dividono in misurabili e non misurabili.

1) PROPRIETA’ CONTINUA MISURABILE: ha un numero infinito di stati enumerabili. La variazione degli stati è infinitesimale: per questo motivo dobbiamo “dividere in pezzi” questa proprietà individuando un’UNITA’ DI MISURA (esempi: l’altezza, la lunghezza, la temperatura, l’età, i terremoti, i pollici della televisione, etc.). In tutti questi casi, come in altri, si sceglie convenzionalmente l’unità di misura, adottando così uno stratagemma che ci permette di eludere la misurazione (ovviamente impossibile) dell’infinità di stati della proprietà.

Definizione operativa: stabilire l’unità di misura. Per ciascun caso, confrontare l’unità di misura con l’ammontare della proprietà. Registrare l’esito del dato nella matrice dei dati (ricordiamo che le variabili vanno sempre in colonna).

I valori numerici attribuiti a ciascuna categoria hanno natura cardinale.

Esempio di variabile cardinale generata da una proprietà continua misurabile:

Proprietà: età
Definizione operativa: Unità di misura = anno. Confronto tra UM e l’ammontare della loro proprietà (quanti anni ha ciascun caso).
Variabile: 30 anni
31 anni
32 anni

2) PROPRIETA’ CONTINUA NON MISURABILE: è quell’insieme di proprietà cosiddette PSICHICHE (opinioni, atteggiamenti, valori), e che pertanto non possono essere rilevate con l’unità di misura: si usano le TECNICHE DI SCALING.

Ai dati prodotti mediante scaling si attribuiscono legittimamente o illegittimamente le proprietà cardinali. Per attribuire proprietà cardinali occorre che:

1) dobbiamo concepire la variabile come ordinabile (vincolo di monotonicità)
2) le categorie devono avere un’AUTONOMIA SEMANTICA (si intende il rapporto che intercorre tra le categorie della variabile) molto bassa.
3) L’unità di misura deve essere intersoggettiva e replicabile.

Le tecniche di scaling rispettano solo i punti 1 e 2.

Esistono due tipi di scaling:
-Le scale di Likert, Guttman e Thurstone (le quali in realtà generano SOLO variabili categoriali ordinate)
-Le scale in cui il ricercatore fa in qualche modo individuare l’unità di misura agli intervistati (generano le variabili che Alberto Marradi definisce “quasi cardinali”).

Esempio di scala di Likert:

Molto ---------------- Poco ------------- Per niente

Vediamo che tra le modalità di risposta sussiste il vincolo di monotonicità. Ma l’unità di misura è assente (non esiste l’unità di misura per “molto”, “poco”, “per niente”). Questo è infatti l’unico caso in cui la proprietà è continua e genera una VARIABILE CATEGORIALE ORDINATA. Per questo motivo, come già accennato prima, la chiamiamo QUASI CARDINALE.

In sintesi: -se l’unità di misura è stabilita dall’intervistato, abbiamo delle variabili quasi cardinali.
-se l’unità di misura non è stabilita dall’intervistato, abbiamo delle variabili cardinali.
Le variabili cardinali e le quasi cardinali hanno entrambe il vincolo di monotonicità delle categorie, ed hanno un’assenza di autonomia semantica.
Nelle variabili categoriali ordinate l’autonomia semantica è invece presente (può essere media o alta), e l’unità di misura stabilita dal ricercatore (è intersoggettiva).

26-11-07

TECNICHE DI SCALING (si usano per le variabili cardinali)

(ndSaebì: per capire meglio come sono articolate, anche graficamente, è bene cmq usare le fotocopie che la prof ci mette a disposizione)

1) DIFFERENZIALE SEMANTICO. Esempio: Politica (stimolo), serie di aggettivi contrapposti, il soggetto deve scegliere in base allo stimolo dove collocarsi.
BELLO------------BRUTTO
BUONO-----------CATTIVO
BIANCO------------NERO

2) SCALE CANTRIL : gli stimoli devono essere giudicati secondo una scala di valori da 1 a 10.
Esempio: Politica (stimolo). Magistratura 1-------10; Polizia 1------10; etc.
Utilizzando numeri gli intervistati sono più concordi nelle risposte.

3) TERMOMETRO DEI SENTIMENTI

4) SCALE AUTOGRAFICHE: la lunghezza della linea indica il grado di favore verso quel referente empirico. Esempio: stimolo = politica. Il soggetto deve tracciare una linea in un riquadro vuoto a seconda del suo gradimento.
5) SCALE LIKERT, GUTTMAN, THURSTONE (stabiliscono loro l’unità di misura)

SCHEMA RIASSUNTIVO DELLE TIPOLOGIE DI VARIABILI

-VARIABILI CATEGORIALI NON ORDINATE
Proprietà discreta – caratteristiche categoriali non ordinate – definizione operativa: classificazione arbitraria.

-VARIABILI CATEGORIALI ORDINATE
1) Proprietà discreta – caratteristiche categoriali ordinate – definizione operativa: classificazione monotonica
2) Proprietà continua – caratteristiche cardinali non misurabili – definizione operativa: scaling (scale classiche)

-VARIABILI CARDINALI

1) proprietà discreta - caratteristiche con stati enumerabili – definizione operativa: conteggio
2) proprietà continua – caratteristiche cardinali misurabili – definizione operativa: misurazione

-VARIABILI QUASI CARDINALI

Proprietà continua – caratteristiche cardinali non misurabili – definizione operativa: scaling (scale autoancoranti)

FASI PER ANALIZZARE I DATI

1) COSTRUZIONE DEL CODE-BOOK (codifica)
2) COSTRUZIONE MATRICE DATI
3) DATA ENTRY (immissione dati)
4) PULIZIA DEI DATI
5) ANALISI DEI DATI


1) Costruzione code-book (libro codice). Assegnazione dei valori numerici alle modalità della variabile.
2) La matrice dati. La funzione della matrice dati è quella di registrare lo stato (modalità) di ciascun caso C e di concentrare (riassumere i dati) molte informazioni.
Xn,n (Xn= vettore colonna, n= vettore riga)

3) Pulizia dei dati
-controllo plausibilità (wild codes check): controllo della presenza di valori selvaggi (se per esempio le modalità di risposta vanno da 1 a 5, se c’è un 8 evidentemente c’è un errore).
-controllo di congruenza: coincidenza tra n° di casi del campione e n° di casi nella matrice. Coincidenza tra n° di casi da intervistare e n° di casi effettivamente intervistati (non ci devono essere celle vuote)
-controllo valori missing: celle vuote (non so, non risponde, errore di immissione dati)

ESEMPIO

Popolazione=100
Campione=5
Casi= Pippo, Maria, Filippo, Giulia, Gianni.

-Costruzione del code-book
Variabile – Codice/valore numerico/ - Modalità categorie

Genere: 1 – 2 Uomo - Donna

Residenza: 1 - 2 Napoli – provincia

Titolo di studio: 1 Nessun titolo
2 Elementari
3 Media superiore
4 Laurea
5 Dottorato/specializzazione

-Costruzione matrice dati e immissione dati

Genere Età Residenza Titolo di studio
Pippo 1 25 2 3
Maria 2 281 2 5
Filippo 1 24 1 4
Giulia 3 30 2 5
Gianni 1 23 1 99

99 = non risponde, cella vuota

3= valore selvaggio (non c’è nel libro codice)

-Pulizia dati
Controllo plausibilità: 1 (Giulia/genere), (Maria/età)
Controllo valori missing: Gianni/99: non è stata rispettata l’esaustività (il titolo di studio licenza media inferiore è assente)
Controllo congruenza: n° campione = n° di casi


L’ANALISI DEI DATI (è l’analisi delle variabili e delle loro relazioni)

Caratteristiche delle proprietà -- > caratteristiche logico matematiche delle variabili -- > specifiche procedure di analisi dei dati. L’analisi dati si compie sottoponendo ad operazioni matematiche i valori contenenti nelle celle di uno o più vettori della matrice.

TIPI DI ANALISI

1) ANALISI MONOVARIATA: analisi della distribuzione di una variabile alla volta.
2) ANALISI BIVARIATA: relazione tra due variabili
3) ANALISI MULTIVARIATA: relazione tra più variabili prese sincronicamente (detta anche trivariata, quadrivariata, etc.).

28-11-07
I dati possono essere analizzati mediante:

1) rappresentazione dei dati (descrizioni complete della variabile)
- distribuzioni di frequenza
- tabelle di contingenza
- diagrammi, grafici

2) valori caratteristici (numeri). Sono indici numerici che hanno informazioni su alcune proprietà di una variabile (attengono esclusivamente all’analisi monovariata)
- misure di tendenza centrale
- misure di variabilità

3) coefficienti. Sono indici sintetici che danno informazioni su alcune proprietà di due o più variabili analizzate sincronicamente (attengono all’analisi bivariata e multivariata).

Gli indici RELATIVI sono quelli che hanno un range che varia da 0 ad 1.

L’ANALISI MONOVARIATA

Lo scopo dell’analisi dei dati è di indagare la relazione tra variabili, quindi l’analisi monovariata deve essere considerata una fase preliminare per effettuare analisi più complesse, è una fase obbligatoria in quanto fondamentale. Ha due funzioni:

- controllo di plausibilità dei valori (wild code check)
- segnalare squilibri della distribuzione e opportunità di aggregazione

Una distribuzione di frequenza squilibrata non ci permette di fare analisi bivariata e multivariata.

– La distribuzione di frequenza di una variabile è una rappresentazione dei dati attraverso cui ad ogni valore della variabile viene associata la frequenza con cui si presenta ( quanti casi ricadono in ogni modalità o categoria di risposta della variabile considerata).

TIPI DI FREQUENZE

1) frequenze assolute = n° di casi che presentano quel valore senza che si effettui alcuna manipolazione (conteggio)
2) frequenze relative = proporzione (rapporto) del numero di casi che hanno quel valore riportato con il numero totale dei casi ( n°/n° TOT = n° x 100 = % ).
3) Frequenze cumulative = in corrispondenza di ogni valore si riporta la somma delle frequenze di quel valore e dei valori inferiori

Se lo percentualizzo annullo il problema della differenza dei valori assoluti.

3-12-07

Le distribuzioni di frequenza ci dicono in che modo le frequenza di ciascuna modalità si distribuiscono tra le variabili. La frequenza cumulata si calcola solo per certi tipi di variabili, cioè per le variabili categoriali ordinate e per le cardinali (questo perché esse hanno un ordine, un continuum: concetto di cumulazione delle proprietà). Essa serve per capire quanti casi hanno quella proprietà: ci da’ un quadro più sintetico della distribuzione delle frequenze.

PRESENTAZIONE DELLE TABELLE DI FREQUENZA

1) la decisione sulle modalità di presentazione delle tabelle di frequenza si basa sulla valutazione del n° di casi. Se n <> 100 percentuale.

2) per facilitare il confronto tra frequenze di diverse modalità della stessa variabile o di variabili differenti è utile rapportare ad una base unica (presentazione in forma compatta) percentualizzandole.

X% = n/N x 100

X = N x X%
-----------
100

3) uso delle cifre decimali: Se n <>

4) arrotondamenti

-da 0 a 4 per difetto: 10,72 diventa 10,7

-da 6 a 9 per eccesso: 10,77 diventa 10,8

-al 5 si guarda la cifra successiva:

10,75(6) diventa 10,8

10,75(4) diventa 10,7

-Le frequenze cumulate servono per le distribuzioni di frequenza molto dispersive.

-Una classe non è consistente quando è al di sotto del 5%.

-Le domande a risposta multipla sono più variabili presentate insieme (ad esempio: max 3 risposte), ma in sede di analisi vengono analizzate separatamente (come se fossero 3 variabili diverse). Ogni variabile viene trattata come una variabile dicotomica (codice binario: 0 = No , 1 = Si ).

Ci sono due tipi di domande a risposta multipla:
- più variabili insieme (numero limitato di risposte)
- variabili dicotomiche (si/no)
Le distribuzioni di frequenza si possono infine presentare sulla base dei casi o sulla base delle risposte date.

10-12-07

- Distribuzione di dati con categorie non ordinate -> caratteristiche: alto grado di autonomia semantica (indipendenza di ciascuna modalità della variabile dalle altre). Quando c’è prossimità semantica le variabili si aggregano. Ci sono 3 condizioni.

1) il numero delle modalità non deve essere eccessivo: il numero delle modalità della categoriale non ordinata non deve essere alto (i centri di interesse semantico devono essere pochi per analizzare meglio i dati).
2) Le frequenze relative a ciascuna modalità hanno pieno significato (non è cioè necessario far riferimento alle frequenze delle altre modalità)
3) Le frequenze di ciascuna modalità non devono essere troppo squilibrate (la variabile non deve “variare poco”).

- Valori caratteristici per distribuzione di dati con variabili categoriali non ordinate

1) misure di tendenza centrale: la moda è la modalità prevalente nella distribuzione, è la modalità che presenta la frequenza più alta
2) misure di variabilità: indici di omogeneità/eterogeneità: indicano cosa accade intorno al centro (alla moda), collocano le altre modalità attorno al centro.

Natura della distribuzione di frequenza:

1) tutti i casi ricadono nella stessa modalità (massima omogeneità, massima concentrazione, massimo squilibrio)
2) i casi sono equidistribuiti tra le modalità (massima eterogeneità, minima concentrazione, minimo equilibrio)

FORMULE

1) indice di omogeneità: pone in relazione la frequenza (il numero di casi, di modalità) con il numero totale dei casi. MASSIMA OMOGENEITA’ = 1. MINIMA OMOGENEITA’ = 1/k

NB: l’indice di omogeneità è influenzato dal numero di categorie

K = numero totale di modalità di risposta

2) indice di omogeneità relativa: normalizza, rende nulla la differenza tra i numeri di modalità di risposta diversi (di variabili diverse). MASSIMA OMOGENEITA’ = 1. MINIMA OMOGENEITA’ = 0

3) indice di eterogeneità: E = 1 – 0 (è uguale ad 1 meno l’indice di omogeneità). MINIMA ETEROGENEITA’ = 1. MASSIMA ETEROGENEITA’ = 1/k

4) indice di eterogeneità relativa: E rel = 1 – 0 rel. MINIMA ETEROGENEITA’ = 1. MASSIMA ETEROGENEITA’ = 0.


MODA: modalità che ha una frequenza più alta (può essere più di una). Si parla quindi di distribuzione unimodale o bimodale a seconda dei casi.

- Rappresentazioni grafiche di distribuzioni di dati di variabili categoriali non ordinate: sono di due tipi:

1) ordinamento dei segni da sinistra a destra o dall’alto verso il basso (aree o linee)
- istogramma
- diagramma a barre

2) ordinamento dei segni con criterio circolare
- aerogramma o diagramma a torta
- grafico a raggi o diagramma a raggiera

21-12-07

Indici di distanza e di dissimilarità tra i casi. Stabiliscono la somiglianza/differenza tra i casi di una stessa matrice su variabili cardinali.

Distanza euclidea. D = 0 -> nessuna differenza

L’indice di dissimilarità stabilisce quanto sono diverse due distribuzioni di dati sulla stessa variabile (nel tempo).

CONFRONTARE VARIABILI: analisi monovariata
ANALIZZARE LE RELAZIONI TRA VARIABILI: analisi bivariata

La standardizzazione è come una doppia normalizzazione: è l’operazione di trasformazione che si applica quando si intende confrontare le distribuzioni di dati di due variabili cardinali che possono essere:

-uguali ma rilevate con unità di misura diverse
-oppure diverse (è una doppia normalizzazione, ogni dato è trasformato nel suo scarto dalla media). Il dato trasformato viene espresso nell’unità del suo scarto tipo (viene normalizzato per il migliore coefficiente sintetico).

7-01-08

La standardizzazione si usa per variabili cardinali con unità di misura differenti per permetterci di analizzarle e confrontarle.

-LA COSTRUZIONE DI UN INDICE: un indice è una sorta di somma delle variabili. I vantaggi della costruzione di un indice stanno nella riduzione della complessità dell’interpretazione del concetto, in sostanza in una maggiore capacità di sintesi.

Un indice si costruisce in due modi:

1) non attribuire all’indice delle proprietà numeriche
2) attribuzione di proprietà cardinali ai valori delle categorie delle variabili

Vediamoli separatamente.

1) non attribuzione di proprietà logico matematiche: si tratta di un INDICE TIPOLOGICO (una tipologia è un insieme di elementi raggruppati secondo un dato criterio). In questo caso i criteri sono 3:
- classificazione (mutua esclusività + esaustività)
- omogeneità semantica interna
- equilibrio numerico

2) attribuzione di proprietà cardinali: si tratta di un INDICE DI TIPO CARDINALE

- cardinalità: per combinare le categorie delle variabili si utilizzano strumenti algebrici (somma, media prodotto, ecc.)

9 – 01 -08

I rapporti statistici. Per confrontare fenomeni che si riferiscono a realtà differenti (per tempo o spazio) dove le quantità assolute dei fenomeni risentono della diversa dimensione degli aggregati è necessario relativizzare le quantità assolute alle rispettive basi di riferimento del fenomeno attraverso rapporti.
1)I rapporti di composizione sono proporzioni di una parte sul totale.
Esempi: numero di maschi votanti/ totale dei votanti
Numero di classi del II anno/totale delle classi dell’istituto scolastico Y
Numero di libri classici/totale di libri presenti nella biblioteca Z
Numero di auto immatricolate nel 2000/totale delle auto circolanti nel Comune W

1) I rapporti di coesistenza: rapporto tra la frequenza di una modalità e la frequenza di un’altra modalità. Esempi: rapporto di mascolinità dei votanti = maschi votanti/femmine votanti
Rapporto di matrimoniabilità= coniugati/ non coniugati

2) Rapporti di derivazione: rapporto (quoziente) tra la misura di un fenomeno e quella di un altro fenomeno considerato il suo presupposto. Esempi: quoziente di natalità/ popolazione femminile tra i 15 e i 50 anni. Oppure disoccupati/ popolazione attiva, oppure laureati/ iscritti all’università.

3) Rapporti medi: sono possibili quando il fenomeno posto al numeratore si può associare mediamente ad ogni unità posta al denominatore. Si fa un ragionamento logico.

Esempi: ore di sciopero/ occupati = il grado di “scioperosità” di un paese o di un azienda. Numero di componenti familiari/ stanze dell’abitazione.

Sedi storiche (o temporali) e sedi territoriali. Esse non sono variabili. Mettono in relazione proprietà sempre più aggregate. Servono a studiare le variazioni di un fenomeno nello spazio (sedi territoriali) o nel tempo (sedi storiche). Graficamente le sedi territoriali vengono rappresentate con un diagramma a barre, mentre le sedi territoriali con una linea spezzata.
Le sedi storiche sono un modo di fare ricerca diacronica o longitudinale, mentre le sedi territoriali sono un modo di fare ricerca sincronica o trasversale.

11-01-08
La serie territoriale: analizziamo come varia un fenomeno da un territorio all’altro, non è una distribuzione di frequenza. E’ come se fossero più distribuzioni di frequenza messe insieme.

Calcolo della concentrazione di una variabile cardinale: è una procedura che si usa quando una proprietà è trasferibile. Proprietà trasferibili = quantità possedute dalle unità d’analisi.
Esempio:
variabile cardinale : età
variabile cardinale trasferibile : reddito

Abbiamo due situazioni:
1) variabile equidistribuiti: la quantità è equidistribuiti
2) variabile concentrata: la quantità è concentrata in un solo caso

INTRODUZIONE ALL’ANALISI BIVARIATA
L’analisi bivariata studia le relazioni tra due proprietà trasformate in variabili.
X ed Y sono in un rapporto causale? Esiste una dipendenza? In caso di associazione, quantificare (quando possibile) il grado di associazione tra coppie di variabili mediante coefficienti. Il tipo di relazione tra due variabili si stabilisce in base alla natura delle variabili messe in relazione.

Quando le variabili associate sono DUE VARIABILI CATEGORIALI, allora si parla di concordanza.
Quando le due variabili associate sono una CARDINALE ed una CATEGORIALE ORDINATA, si parla di CO-VARIAZIONE o CONTRO-VARIAZIONE.
Quando le due variabili sono due CATEGORIALI ORDINATE, allora la relazione prenderà il nome di CO-GRADUAZIONE.
Infine si parla di CORRELAZIONE quando le variabili associate sono due CARDINALI.

14-01-08
Non è possibile conoscere nessun coefficiente, indice , etc. che ci dice la direzione del nesso causale (chi influenza chi? X influenza Y, o viceversa?). Il ricercatore può fare tre ipotesi.
1) la relazione è UNIDIREZIONALE: X influenza Y senza esserne influenzata, è ovvero la variabile indipendente. GENERE ed ETA’ sono sempre variabili indipendenti.

2) La relazione è BIDIREZIONALE SIMMETRICA: X influenza Y ed Y influenza X. La relazione è detta anche simmetrica se X ed Y si influenzano allo stesso modo.

3) La relazione è BIDIREZIONALE ASIMMETRICA se X influenza Y con una forza minore con cui Y influenza X (o viceversa).

La relazione può essere anche indiretta o diretta. Questo aspetto è limitato alla conoscenza del ricercatore. Se si vuole stabilire “statisticamente” si ricorre all’analisi trivariata con l’introduzione della variabile di controllo. Se la relazione tra X ed Y è apparente a causa di una terza variabile (ad esempio la variabile t), tra di esse c’è una RELAZIONE SPURIA (la variabile t le influenza entrambe).

T è detta anche variabile interveniente, da’ luogo alla relazione spuria.

Nel caso in cui X -> t -> Y la relazione si dice SOPPRESSA. C’è ovvero una sequenza di eventi per cui X provoca t, e t provoca Y.

TAVOLA DI CONTINGENZA: organizziamo i dati in una sorta di matrice. Essa è lo strumento che ci permette di analizzare le relazioni tra variabili nell’analisi bivariata. In riga ci sono i valori di una variabile ed in colonna quelli di un’altra variabile. Tramite questa tavola vengono in sostanza contate quante persone hanno queste due proprietà insieme.
La bivariata si fa sull’incrocio di modalità di risposta, non sulle variabili in sé.

PERCENTUALE IN COLONNA: ipotizzo che X sia la variabile indipendente (se X si trova in colonna nella matrice).
PERCENTUALE IN RIGA: ipotizzo che Y sia la variabile indipendente (se Y si trova in riga).

REGOLE PER LA PERCENTUALIZZAZIONE: è consigliabile sempre percentualizzare le frequenze di celle.

1) si stabilisce la direzione (chi è la variabile indipendente)
2) si percentualizza per colonna quando si vuole analizzare l’influenza della variabile in colonna sulla variabile in riga
3) si percentualizza in riga ovviamente nella situazione inversa
4) se non è possibile stabilire il verso si percentualizza sul totale (se non so ipotizzare chi influenza chi. È un modo “esplorativo” per decidere poi guardando la tabella la direzione causale).

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni: legge n° 149/97. In base a questa legge sono state formulate le seguenti REGOLE PER LA PRESENTAZIONE DELLE TAVOLE.

1) parsimonia: riportare solo le informazioni più significative
2) totali percentuali: indicare come abbiamo percentualizzato
3) basi percentuali: indicare quali sono le basi di riferimento (totale campione)
4) cifre decimali: utilizzare arrotondamenti decimali uguali per tutte le operazioni
5) intestazione: chi legge deve sapere cosa c’è in tabella
6) somme percentuali

REGOLE PER L’INTERPRETAZIONE DELLE TAVOLE (come si interpreta una tabella)

1) l’interpretazione deve rispondere all’interrogativo: “esiste una relazione tra X ed Y?”
2) la tavola si legge nella direzione opposta alla percentualizzazione Y rispetto ad X (vedere dov’è il 100% e leggere dal lato opposto)
3) la lettura dei dati si deve concentrare sulle % più significative di Y (variabile dipendente) in relazione alla variabile X (indipendente).
4) È possibile leggere i dati AGGREGANDO le percentuali delle modalità vicine (esempio: molto d’accordo + d’accordo )
5) Se la variabile dipendente è categoriale ordinata è possibile ricorrere all’indice di differenza percentuale per eliminare l’effetto delle categoria centrali. Prendere la modalità più alta e quella più bassa e fare la differenza (fare cioè il calcolo dello SCARTO). Questo perché le categorie centrali ci danno poche informazioni. La differenza percentuale deve seguire la percentualizzazione. Se ho percentualizzato in riga, la calcolo in riga.

16-01-08

PRESENTAZIONE DELLE TABELLE DI CONTINGENZA

-Tipi di tabelle
1) Presentazione compatta di tavole (esempio: due tabelle di contingenza che hanno una variabile in comune messe insieme). Il vantaggio di presentare la tabella in questo modo: possiamo confrontare le percentuali senza adottare nessun verso (riga o colonna). La presentazione compatta delle tavole è un modo più veloce di leggere dei dati. Bisogna leggere e commentare le tabelle senza ricorrere (almeno tendenzialmente) ai numeri, cioè alle percentuali presentate in tabella (altrimenti è inutile inserirle nel report di ricerca).

LA RELAZIONE TRA DUE VARIABILI DICOTOMICHE: si usa la tabella a doppia entrata, detta anche tabella 2 x 2 (riga per colonna). Il prodotto della diagonale maggiore per la diagonale minore è detto “incrociato”.

REGOLE PER STABILIRE LA RELAZIONE TRA VARIABILI BASANDOSI SULL’OSSERVAZIONE DELLA TABELLA DI CONTINGENZA:

1) marginali equilibrati (è molto probabile che ci sia l’associazione)
2) le frequenze si devono concentrare in due celle appartenenti alla stessa diagonale (c’è una differenza sostanziale tra la diagonale maggiore e la diagonale minore)
Se queste due condizioni sono soddisfatte, significa che tra le due variabili c’è associazione.
In particolare:

se D > d -> c’è associazione/attrazione positiva
se D = d -> c’è indipendenza
se D <>c’è associazione/attrazione negativa

RELAZIONE TRA DUE VARIABILI CATEGORIALI NON ORDINATE (ciò che diremo può essere applicato anche alla relazione tra una variabile categoriale non ordinata ed una categoriale ordinata).

In una tabella di contingenza di due variabili categoriali non ordinate ogni cella porta con sé 4 tipi di frequenza:

1) frequenza osservata (fo)
2) frequenza attesa (fe): la frequenza si otterrebbe in caso di indipendenza tra le variabili. Essa è data dal prodotto dei marginali corrispondenti diviso il numero totale dei casi
3) frequenza minima possibile: il minimo valore possibile in una cella non può essere inferiore a zero
4) frequenza massima possibile: coincide con il più piccolo tra i marginali corrispondenti
Noi ci concentreremo sulle frequenze attese e sulle frequenze osservate (p2)

18-01-08

Relazioni tra due variabili categoriali non ordinate (continuo)

Ogni cella porta con sé 4 tipi di frequenze
1) frequenza osservata (fo)
2) frequenza attesa (fe)
3) frequenza minima possibile
4) frequenza massima possibile
Frequenze attese e frequenze osservate servono per stabilire se tra coppie di variabili c’è associazione. È possibile basarsi sul confronto tra le frequenze empiriche osservate di ogni cella e le frequenze che si otterrebbero se tra le due variabili non ci fosse associazione (cioè le frequenze attese).

Calcolo delle frequenze attese: la frequenza attesa di una cella è uguale al prodotto dei due relativi marginali (di riga e di colonna).

MISURE DI ASSOCIAZIONE

Test del chi quadrato (Karl Pearson): il chi quadro è una sommatoria dello scarto al quadrato diviso la frequenza attesa. È una misura sintetica, un numero che chi serve per dire se c’è o non c’è relazione. Uso dei gradi di libertà: servono per rilevare la significatività statistica. (?)
Chi quadro può essere maggiore o uguale a zero:

H0 X2 = 0 -> ipotesi di indipendenza tra X ed Y
H1 X2 > 0 -> ipotesi di dipendenza tra X ed Y

Se chi quadrò è uguale a zero c’è indipendenza. Se invece è maggiore di zero c’è dipendenza. Dobbiamo verificare che ciò non sia dovuto al caso, dobbiamo cioè verificare quanto è sicuro quello che stiamo dicendo. In che percentuale voglio essere sicuro che ciò che rilevo corrisponda a realtà e non sia effetto del caso? Convenzionalmente lo si stabilisce al 95% : p <> 95%
p <> coppie di casi appaiati = co-graduazione positiva tra X ed Y
2) Q > coppie di casi appaiati = co-graduazione negativa tra X ed Y (contro-graduazione)
3) P = Q : assenza di co-graduazione

COEFF.V. = P-Q/P+Q = probabilità (come somma) che una qualsiasi coppia di casi estratti a caso sia concordante meno la probabilità (somma) che sia discordante.

Questo coefficiente varia tra:
-1 (associazione perfetta negativa)
0 (assenza di associazione)
+1 (associazione perfetta positiva)

21-01-08

I RAPPORTI DI PROBABILITA’ (Odds) -> variabili categoriali
I rapporti di probabilità rappresentano la probabilità che un soggetto estratto a caso appartenga alla variabile considerata e la probabilità che non vi appartenga. Esistono 5 rapporti di probabilità a complessità crescente.

1) Proporzione: simbolo p. La proporzione è il peso che quella specifica variabile ha sul totale.
2) Rapporti di probabilità: sono il rapporto tra i marginali di riga oppure il rapporto tra i marginali di colonna (sono il corrispettivo dei rapporti di coesistenza).
3) Proporzione condizionata: è data dal rapporto tra le frequenze della singola cella ed il totale marginale di riga o colonna corrispondente.
4) Rapporti di probabilità condizionata: rapporto tra le frequenze di cella di riga o di colonna (ci dice se c’è o non c’è rapporto tra le due variabili. Se il rapporto è simile o uguale, non c’è relazione tra le variabili.
5) Rapporto di associazione (Odds ratio): rapporto tra le due diagonali. Varia tra 0 e + infinito.
Se è uguale ad 1, non c’è relazione: quindi da 1 a + infinito la relazione si dirà assente.

ANALISI DELLA VARIANZA (detta anche ANOVA, sinteticamente): essa riguarda la relazione tra una variabile cardinale ed una variabile categoriale non ordinata (ad esempio: come il reddito totale si distribuisce nell’Italia centrale, del nord e del sud).
La variabile categoriale non ordinata è indipendente: la cardinale è dipendente. È necessario stabilire a priori il verso della direzione causale: se la categoriale non ordinata NON E’ indipendente NON si può procedere all’analisi della varianza.

Esempio
X= regione di residenza
Y= reddito

Il reddito dell’individuo i residente nella regione J si può esprimere:

Yi – Y -> scarto del reddito di i dal reddito nazionale.
Questo scarto può essere scomposto in:

1) YiJ – Y J -> scarto de reddito di i dal reddito della sua regione J
2) Y J – Y -> scarto del reddito della regione J dal reddito nazionale
In sintesi:
Yi-Y = (YiJ – Y J) + (Y J – Y)

Possiamo dunque scomporre lo scarto del caso sul totale negli scarti dei casi sulle varie categorie.

(ndSaebì: quest’argomento mi è tutt’altro che chiaro O_o ... come gran parte del corso :_( )

TEOREMA FONDAMENTALE DELLA VARIANZA
Devianza totale = devianza non spiegata/interna + devianza spiegata/esterna.
Alla base del teorema c’è l’idea che la relazione tra X ed Y sia unidirezionale: X -> Y

Relazione perfetta: SQ interna = 0
Assenza relazione: SQ esterna = 0

ETA QUADRO: rapporto di correlazione di Pearson, ci dice la forza della relazione. Quantifica in % la proporzione di devianza generale che è attribuita alla variabile indipendente (la categoriale non ordinata). Ci quantifica quanta parte della variazione che abbiamo riscontrato nelle categorie dipende dalla variabile indipendente.

Esempio:
Eta quadro: 0,72. Il 72% della variabilità di Y (cardinale) è dovuta alla variabilità di X (categoriali).

Limiti di eta quadro: aumenta all’aumentare delle categorie della variabile. Inoltre non è attendibile se N è troppo piccolo.

23-01-08

ANOVA (continuo)
Il BOX PLOT rappresenta l’analisi della varianza graficamente.
Se la media nazionale coincide con le medie delle categorie, le due variabili sono indipendenti perché non c’è variazione. Quindi significa che la variabile categoriale non ordinata NON influenza la cardinale. L’ipotesi H0 (o ipotesi nulla) è corroborata: le medie di gruppo Y J provengono dalla stessa popolazione ( i dati nella popolazione sono uguali).

E’ confutata invece l’ipotesi H1, la quale sostiene che le medie di gruppo Y J non provengono dalla stessa popolazione ( i dati nella popolazione sono diversi).

TEST DELLA SIGNIFICATIVITA’ DELLA RELAZIONE
È una procedura per cui si fa una stima della varianza della popolazione (quadrati medi) con significatività dello 0,05 (5%).

Calcolo dei gradi di libertà:

GL TOTALI: N-1=GL INTERNI + GL ESTERNI, e cioè: (N-K) + (K-1)

K= n° di categorie della variabile categoriale non ordinata
N= campione (esempio: 2850 soggetti)

STIMA ENTRO I GRUPPI (stima interna) = WSS/N-K (W= within)
STIMA TRA I GRUPPI (stima esterna) = BSS/K-1 (B= between)

RAPPORTO F = STIMA ESTERNA (BSS) / STIMA INTERNA (WSS)

-Se F vicino ad 1, H0 si accetta.
-Se F lontano da 1, H0 si rifiuta.

Si usa la TABELLA F per individuare il cosiddetto F CRITICO (o tabulato). Mettiamo a confronto la F che abbiamo individuato con l’F critico.

-Se F > di F tabulato, H0 si rifiuta (X ed Y sono dipendenti)
-Se F < di F tabulato, H0 si rifiuta (X ed Y sono indipendenti)

TSS = devianza totale (o varianza totale). TSS è uguale a WSS+BSS (teorema fondamentale della devianza).

L’anova si può utilizzare anche con categoriali ordinate (la cardinale naturalmente è sempre dipendente).

ANALISI BIVARIATA TRA DUE VARIABILI CARDINALI: la correlazione
Abbiamo due coefficienti:

-coefficiente di regressione
-coefficiente di correlazione

Nell’analisi di due variabili cardinali sono molto utilizzati gli assi cartesiani. Convenzionalmente sull’asse della X si mette la variabile indipendente.

Per ciascun caso all’interno del diagramma cartesiano troviamo il punto di congiunzione tra le due variabili. C’è relazione se nel diagramma la rappresentazione grafica è formata da una retta (diagramma a dispersione o scatter diagram).

RELAZIONE LINEARE: X ed Y aumentano insieme.
Si parla di relazione lineare monotonica se X ed Y aumentano allo stesso modo (di pari unità).

DISTRIBUZIONE A PARABOLICA: si manifesta nel diagramma quando c’è una relazione curvilinea tra le variabili.

RETTA DI REGRESSIONE: è una retta ideale. Per poter valutare l’esistenza della relazione tra due cardinali è necessario costruire una retta di regressione (essa si manifesterebbe in caso di dipendenza perfetta delle variabili). Come si costruisce la retta di regressione? Essa è data dall’insieme delle posizioni ideali di ciascun caso. Si fa un’analisi degli errori (o analisi dei residui) quando si valuta la distanza della posizione reale di ciascun caso dalla sua posizione ideale. Tanto più ampia è questa distanza, tanto meno le variabili saranno correlate.

25-01-08

Relazione lineare e relazione monotonica: una relazione lineare perfetta è ANCHE monotonica. Non sempre tutte le relazioni lineari sono monofoniche. Ciò che ci interessa è che esista una variazione concomitante tra X ed Y.
Individuare la retta di regressione significa trovare la retta che ha il minimo errore di predizione sulla posizione di P (cioè quella retta che comprenderebbe solo gli errori accidentali, non prevedibili).
Esistono i punti outlier (devianti), che solitamente si eliminano dalla retta di regressione in quanto altererebbero i valori (perché la retta di regressione si basa sulle medie).

Calcolo della retta di regressione: Y= + - a + - bx (a è una costante).
Una retta di regressione può assumere anche valori negativi.

b = coefficiente di regressione o coefficiente di accrescimento lineare o angolare. Esso sintetizza in che modo cresce la retta, indica l’inclinazione della retta.

Se b è negativo, al crescere di X, Y decresce
Se b è positivo, al crescere di X, Y cresce (ciò vale anche per il decrescere)
Se b è un indice relativo, quindi può essere > 1 (?)

b serve per capire come è inclinata la retta, cioè se e in che modo le due variabili sono in relazione: NON è ancora la retta di regressione.

a = intercetta o costante, indica il valore dell’ordinata, quando X = 0 e Y = a, ossia è il punto in cui la retta incontra (intercetta) Y, è espressa nell’unità di misura Y.

a = Y – bX (X ed Y = media della variabile)

b come si trova? (ndSaebì: imparate la formula sul libro). Il coefficiente di regressione (b) informa su quanto le due variabili variano insieme rispetto a quanto (diviso) la variabile indipendente varia da sola (devianza). Esso ci consente di stabilire a ciascuna variazione di X quanto varia Y, cioè quanto X influenza Y.

b = covarianza di X ed Y/ varianza di X = quanto X ed Y variano insieme rispetto a quanto X varia per conto suo. Esso è un coefficiente unidirezionale. Range: + infinito – infinito. Questo coefficiente non ci dice nulla sulla forza della relazione.

Questa informazione la possiamo ottenere grazie al COEFFICIENTE DI CORRELAZIONE r di Pearson. Esso misura il grado di associazione tra le due variabili cardinali, ovvero informa su quanto le due variabili variano insieme (codevianza) rispetto a quanto (diviso) ciascuna varia per conto proprio (media geometrica delle devianze). Rispetto al coefficiente di regressione abbiamo aggiunto la variabilità della variabile che prima non abbiamo considerato. Il coefficiente di correlazione non ci dice chi influenza chi, ma ci dice quanto è forte la relazione.

La correzione di b serve per avere un’informazione supplementare. Questo coefficiente ci dice QUANTO si influenzano a vicenda le variabili (ci dice la direzione del nesso causale).
Il coefficiente di correlazione varia tra +1 e -1.

Caratteristiche del coefficiente di correlazione:
- è bi-direzionale (X ed Y sono intercambiabili)
- è un indice relativo (?)
- è “standardizzato”, ovvero non risente dell’unità di misura delle due variabili

COEFFICIENTE DI DETERMINAZIONE: è indicato con R2 (R quadro). Esso valuta la distanza tra l’associazione lineare e quella reale. Quanto è distante la situazione reale da quella ideale? Il valore di questa distanza quantifica il grado di associazione tra le due cardinali.

DISTANZA = residuo.

Questo coefficiente viene determinato seguendo la stessa logica dell’analisi della varianza (uso di eta quadro). R2 = varianza riprodotta (è quella predetta, ideale) fratto la varianza totale.

Il coefficiente di determinazione varia tra 0 ed 1.
Se 1 = le rette combaciano, tutti i punti giacciono sulla retta di regressione, i residui sono nulli, le variabili cardinali sono quindi perfettamente associabili.



Antropologia della comunicazione

12-11-07

La lingua è una risorsa culturale. L’interazione linguistica viene studiata come interazione sociale, in quanto è dal contesto delle relazioni sociali che la si può studiare in profondità. In antropologia della comunicazione si predilige l’impostazione della lingua come azione (studio degli atti linguistici).

Malinowski sostiene che “le parole agiscono”. Egli incentra la propria attenzione sul contesto situazionale: secondo l’antropologo la parola produce l’effetto.

La parola comunicare deriva dal latino e significa mettere in comune, condividere. La comunicazione infatti avviene all’interno di un codice condiviso. Si comunica attraverso il linguaggio, che è il veicolo di trasmissione della cultura.

Argomenti su cui focalizzeremo la nostra attenzione sono:

-il passaggio oralità/scrittura
-forme di linguaggio non verbale

Nel 2001 alcuni importanti studi hanno portato ad una scoperta fondamentale: è stato individuato un gene responsabile del linguaggio. Ciò significa che la natura del linguaggio umano è innata.

I caratteri formali del linguaggio sono:

-arbitrarietà
-dislocazione
-apertura
-semantica
-prevaricazione

Il linguaggio è un sistema aperto, cioè creativo: gli esseri umani hanno la capacità di creare parole e suoni in situazioni nuove, a seconda delle circostanze.
Per quanto riguarda la dislocazione, si allude alla capacità degli umani di parlare di qualcosa di non presente (distanze o concetti astratti).
L’arbitrarietà riguarda i suoni: essi sono arbitrari perché non c’è legame tra parole e cose, tra suono e significato. La prevaricazione è la capacità di usare il linguaggio per dire cose che non hanno senso o di mentire (espressioni grammaticalmente corrette ma senza senso).

DIFFERENZA LINGUAGGIO/LINGUA

Il linguaggio è una capacità innata della specie umana. La lingua è ciò che si apprende in un dato contesto sociale. Non tutte le lingue hanno la stessa estensione (alcune sono più ricche e articolate).

Gli antropologi relativisti sostengono che ogni lingua possiede il vocabolario che serve a quella data popolazione, creato secondo le sue necessità.

Esistono delle lingue dette veicolari, o PIDGIN: sono lingue convenzionali sviluppate in contesti coloniali, sono una versione semplificata delle lingue occidentali (ad esempio: uso del verbo all’infinito). Le lingue CREOLE sono il risultato di una commistione, di un sincretismo, una rielaborazione di un'altra lingua.

-Tradizione americana di studi sul linguaggio: studio degli indiani d’America.

Duranti, un antropologo italiano che dopo la laurea ha fatto carriera negli Stati Uniti, sostiene che la lingua è una risorsa culturale. Il parlare deve essere considerato come una pratica culturale. I segni linguistici non sono neutrali, ma sono usati per dire affinità e differenze.

Il registro linguistico ci fa capire mole cose di un contesto sociale. Duranti sottolinea l’importanza nel linguaggio delle pause e dei silenzi.

-Importanza delle relazioni sociali: non basta l’analisi del racconto in una ricerca antropologica. L’interazione linguistica ed il suo contesto sono fondamentali.

TEORIA DELLLA PRATICA (di Bourdieu): la società non esiste al di là delle sue pratiche sociali.

L’antropologia della comunicazione ha molti punti di convergenza con la sociolinguistica. Quest’ultima utilizza per lo più un metodo quantitativo.

Importante è il contributo di “Haims” (ndSaebì: non so come si scrive) per l’unificazione delle due discipline.

3 CONCETTI FONDAMENTALI che vedremo nel dettaglio la prossima lezione:

1)Performance
2)Indessicalità
3)Partecipazione


13-11-07
La lingua non è solo rappresentazione ma anche produzione di realtà. Tra i temi che tratteremo in questo ci sarà quello della gestualità e quello del rapporto oralità/scrittura.

L’antropologia del linguaggio si basa su 3 concetti fondamentali, anticipati ieri.

1) PERFORMANCE:
Vi è una prima definizione del significato della linguistica elaborata da Chomsky, il quale distingue tra COMPETENZA ed ESECUZIONE ( o performance). La competenza è la capacità data dalla conoscenza grammaticale, mentre la performance riguarda l’uso effettivo della competenza effettuato attraverso gli usi linguistici.

La competenza è in sostanza il bagaglio lessicale del parlante, mentre l’esecuzione è la messa in atto della competenza acquisita.

Una seconda definizione di linguistica è data da Austin (filosofo), il quale si sofferma sui verbi performativi (indicano un’azione, esprimono la volontà del parlante).

-Studio del folklore e del teatro: sono aspetti che riguardano le interazioni sociali. Questa dimensione teatrale e drammatica della realtà viene analizzata nell’ambito dell’antropologia della comunicazione più che nella linguistica. Nei nostri studi non dobbiamo guardare quindi solo alla linguistica, ma dobbiamo tenere conto anche del contesto della performance, cioè del problema dei rapporti sociali.

Ecco un esempio di analisi di una performance in un determinato contesto: Duranti ha studiato i Kuna, indios della Samoa, e la loro pratica di riunirsi nella “casa delle adunanze” (il capo parla in tale luogo in modo diverso dal normale in quanto esso rappresenta un contesto cerimoniale: usa un tono cantilenante, usa nel parlato forme arcaiche, ponendosi come depositario di conoscenze).

2) INDESSICALITA’:

Kant distingue tra segni arbitrari (suoni, lettere, parole) e segni naturali (ad esempio il fumo è un segno naturale in quanto indica la presenza del fuoco). Il famoso linguista Pierce sostiene invece che il fumo è un INDICE distinto dai segni arbitrari, ed ha un rapporto di indicazione con ciò che rappresenta. Peirce parla anche di ICONA (rappresenta aspetti del reale) e di SIMBOLI (sono arbitrari).

(ndSaebì: se volete chiarimenti su questo argomento, leggete il post “Semiotica”, dove le definizioni di Peirce sono più accurate)

Gli aggettivi dimostrativi ed i pronomi ad esempio sono INDICI (quello, quella, tu, io, etc.).

Il CODE SWITCHING in linguistica indica il passare da una lingua all’altra all’interno di un discorso. Si può parlare ad esempio nello stesso discorso sia l’italiano che il dialetto. Questo può succedere anche in situazioni di migrazione: il code switching è una pratica interessante da osservare in situazione di diglossia, cioè di bilinguismo.

La lingua è il processo attraverso cui il mondo non solo viene descritto ma anche PRODOTTO e riprodotto. La lingua ha degli aspetti differenti a seconda del genere? Quanto il contributo biologico e quanto quello culturale? Studi neurologici hanno evidenziato che il linguaggio femminile è più ricco, mentre studi di psicologia sociale hanno mostrato che le donne sono più loquaci in privato e più restie a parlare in pubblico. Queste differenze sono proprie della specie o prodotte dalla cultura? E’ difficile stabilirlo. Non si può parlare di relazione esclusiva tra lingua e genere. Bisogna innanzitutto tenere conto del fattore delle relazioni sociali, un aspetto culturale non trascurabile.

(ndSaebì: questa prof è molto dispersiva, alla fine manco ho capito cos’è l’indessicalità … Non spiega molto bene da quel che potete leggere … sto cercando di rendere il discorso più coerente possibile ;-)

3) PARTECIPAZIONE:

Il parlante è un attore sociale, è membro di una comunità linguistica. C’è un carattere sociale e collettivo nell’atto linguistico. Il parlante partecipa dell’ambito sociale (ma non tutti ovviamente
partecipano allo stesso modo, c’è chi ha più competenze e chi meno).

martedì 30 ottobre 2007

Laboratorio di Web design

18-10-07

L’e-mail del corso è labwebdesign @ gmail. com(ndSaebì: togliete gli spazi per utilizzare la mail ;)

23-10-07

Elementi e principi di design

1) Elementi di design
PUNTO: elemento che ha una posizione ma non ha un’estensione.
LINEA: elemento caratterizzato da lunghezza e da una dimensione.
FORMA:è composta da linee che hanno un contorno, possono essere bidimensionali o tridimensionali. Hanno un perimetro; possono essere astratte o realistiche.
TEXTURE (trama): consiste nella ripetizione di alcuni elementi simili su uno sfondo (ad esempio il background di una pagina web può dare la sensazione di tridimensionalità ad uno spazio di per sé bidimensionale).
COLORE: tale elemento riguarda i codici del colore ( ad esempio, il pantone, “una mazzetta di colore” usata in tipografia. In ugual modo nel web design i colori hanno dei codici precisi).
SPAZIO: gli elementi situati nello spazio ci danno la percezione di profondità e prospettiva.

2) Principi di design: sono regole e convenzioni che servono per mettere insieme gli elementi visti in precedenza.
UNITA’: principio per cui si mettono insieme elementi simili tra loro per raggrupparli.
PROPORZIONE: le proporzioni sono legate a leggi matematica, in particolare al numero 1,61, il cosiddetto numero aureo. Se il rapporto tra le proporzioni di un oggetto o di una persona si avvicina al numero 1,61, la sua proporzione sarà armonica. Le Corbusier (1946) è un designer molto famoso che ha inventato ambienti progettati per l’uomo tenendo conto del numero aureo.
RITMO: è il posizionamento degli elementi, può essere regolare o progressivo, è sempre legato al movimento.
ENFASI: “if everything is important, nothing is important”. L’enfasi è un principio che deve naturalmente essere utilizzato con giusta misura.
EQUILIBRIO: riguarda la simmetria degli elementi.


CSS: sono i fogli di stile, servono per la separazione tra contenuto della pagina web e l’organizzazione grafica della stessa. Sul sito
www.csszengarden.com ci sono parecchi esempi di come utilizzare diversi CSS per lo stesso sito.

30-10-07

NdSaebì: Cercate in Internet l’animazione in flash “Animator vs animation” by Alan Becker. E’ bellissima! Da trovare ;)

Argomento di oggi: LA PERCEZIONE. Quando parliamo di percezione non possiamo non fare riferimento alle teorie della Gestalt (Germania, 1912), il cui maggior esponente era Max Wertheimer. Queste teorie si basavano sull’idea di base che la percezione umana è un processo attivo. Esistono 7 leggi o principi con cui strutturiamo le nostre percezioni.

1)LEGGE DELLA VICINANZA: gli elementi vengono uniti in base alla distanza tra loro.
II II II II
In questo caso percepiamo 4 colonne, e non 8 linee.

2) LEGGE DELLA SOMIGLIANZA: gli elementi vengono uniti in base alla loro somiglianza.

3)LEGGE DEL DESTINO COMUNE: gli elementi che hanno un movimento solidale tra loro, e differente da quello degli altri elementi, vengono uniti in forme

4)LEGGE DELLA CHIUSURA: le linee che formano delle figure chiuse tendono ad essere viste come unità formali.

[] [] []

5) LEGGE DELLA CONTINUITA’ DI DIREZIONE: una serie di elementi posti uno di seguito all’altro vengono uniti in forme in base alla loro continuità di direzione.

6)LEGGE DELLA PREGNANZA: la forma che si costituisce è tanto “buona” quanto le condizioni date lo consentono.

7)LEGGE DELL’ESPERIENZA PASSATA: gli elementi che per la nostra esperienza passata sono abitualmente associati tra loro, tendono ad essere uniti in forme.


-Legame figura/sfondo: si basa sulla legge del contrasto.

-Le ambivalenze: in queste figure il sistema percettivo decide cosa è considerata una figura.

-Concetto di INTERFACCIA. Ci rifacciamo allo schema ontologico del design di Gui Bonsiepe (1985)

ARTEFATTO


COMPITO ---INTERFACCIA---UTENTE

L’interfaccia non è un oggetto, ma uno SPAZIO in cui si articola l’interazione tra corpo umano e oggetto. Tanto meno percepiamo l’interfaccia di un oggetto, tanto più vorrà dire che esso è stato progettato bene. Tanto meno abbiamo bisogno di istruzioni per usarlo, tanto più significa che è stato costruito bene. In questo caso si dice che l’oggetto è user friendly.

Donald Norman ha scritto il libro “La caffettiera del masochista” (1988), in cui analizza vari oggetti di uso quotidiano dal punto di vista del design e dell’interfaccia. Norman individua 5 principi base.
1) Fornire visibilità: rendere visibili le funzioni di un oggetto, le parti funzionali devono dare un messaggio corretto.
2) Fornire un buon mapping: mapping vuol dire correlazione, mettere insieme cioè gli elementi secondo una logica. I comandi devono essere messi in un insieme coerente con quello che devono fare.
3) Fornire affordance (inviti ad una certa modalità d’uso dell’oggetto) e vincoli (constraint), cioè funzioni obbliganti che vincolano ad un certo uso dello strumento. I vincoli non sono solo fisici, ma possono essere anche semantici, culturali e logici.
4) Fornire un buon feedback: un buon design fornisce informazioni chiare in risposta all’azione dell’utente (il sistema ha una reazione? Che risultati ho ottenuto?).
5) Fornire un buon modello concettuale: il funzionamento di qualsiasi dispositivo si impara meglio se l’utente ha un chiaro modello concettuale (una buona immagine dell’oggetto).

(ndSaebì: un altro video carino da cercare su YouTube è “Helpdesk medievale”. J)

Blog del corso:

http://labwebdesign.wordpress.com/

http://www.valix.eu/labwebdesign/

(il materiale del corso di quest’anno sarà postato sul secondo indirizzo).

Un sito utile per costruire pagine HTML è
www.kompozer.net , da cui si può scaricare gratuitamente il programma KompoZer (è open source).